L’immagine del giorno è quella del presidente Usa su un aereo: evoca le rivelazioni sul volo segreto affiorate tramite la stampa statunitense. La parola del giorno di Trump, invece, è compensation: compensazione, riparazione, risarcimento.

Una parola che rimbomba, irosa, dalle sue dita al mondo: finisce sui social, sui giornali fino ai mercati. E tutti comprendono subito che la pace con gli iraniani è lontana, di nuovo, forse nemmeno più possibile. I risarcimenti per i danni subiti dai bombardamenti li avevano chiesti gli sciiti: erano una delle condizioni per riaprire lo Stretto. Ora vuole essere compensato anche il tycoon per i morti di questa guerra; li vuole – ha scritto – per riaprire Hormuz, che ancora martedì ribadiva essere in controllo della Marina statunitense. I pasdaran gli hanno risposto: gli Usa hanno sempre cercato di far pagare agli altri i costi dei loro conflitti oltre confine.

A smentire Trump è stata però la realtà, i dati di transito e monitoraggio delle petroliere; lo snodo non è affatto aperto. Prima della guerra 120 navi al giorno lo attraversavano, martedì solo otto imbarcazioni sono riuscite a farlo: cinque hanno seguito la rotta iraniana, di altre tre rimane sconosciuto il percorso. Due morti sono stati registrati nell’altro stretto, quello di Bab el-Mandeb, al largo delle coste yemenite, nel mar Rosso: i ribelli Houthi non lo hanno ancora rivendicato, ma se lo faranno, ammetterebbero di aver causato le prime sei vittime del conflitto (4 marinai, 2 militari).

Trump spara messaggi con la stessa irruenza con cui la sua flotta ha aperto il fuoco contro una nave battente bandiera panamense: avrebbe ignorato gli avvertimenti dei soldati Usa. Nessun ferito, nessun danno se non all’immagine di una potenza sempre più incerta che non è corto solo di munizioni, di Patriot e Thaad, ma anche di dentifricio, sapone e cibo. Ormai lamenti e denunce dei Marines che sono a largo dell’Iran, a bordo della portaerei Lincoln da mesi, sono arrivati alle loro famiglie, che li hanno riportati ai media. Rimandando indietro l’immagine di un esercito né invincibile, né infallibile, insostituibile e indispensabile – come ha voluto dipingerlo in questi mesi Trump.

Il caso del volo segreto

Il Washington Post ha pure rivelato che durante l’ultimo vertice Nato in Turchia il presidente americano si è nascosto nel camion del catering per depistare presunte minacce iraniane. Che esistessero lo sosteneva l’intelligence israeliana, smentita poi da quella turca. Comunque sia, mentre il mondo credeva Trump a bordo dell’Air Force One, invece era nascosto su un piccolo aereo.

La stampa Usa ha ricostruito lo stratagemma: Trump che vola in Turchia sull’aereo donato da Qatar e rivisitato come Air Force One, ma mentre è in viaggio l’amministrazione Usa annuncia che il presidente ripartirà con un aereo più vecchio; del resto i dubbi sulla sicurezza dell’aereo qatariota, data la fretta con cui il presidente l’aveva fatto tirare a lucido, erano noti e rendevano plausibili problemi come quello. Ma questo passaggio sarebbe stato a sua volta una copertura. Trump sarebbe sceso in segreto sul furgone del catering per poi spostarsi su un C-32A dell’aeronautica militare.

Il prezzo della guerra

Martedì 11 agosto il presidente Usa è tornato a chiamare gli iraniani «subdoli» e disonesti, con l’inflazione al 300 per cento (secondo le ultime analisi, a Teheran ha raggiunto solo il 90 per cento).

Anche il ministro degli Esteri Araghchi ha assunto toni consueti all’inquilino della Casa Bianca e ha giocato a ping pong con le dichiarazioni: «Ha scritto due parole all’inizio della guerra: resa incondizionata. Questo era quello che volevano da noi» ; ora, nota il capo della diplomazia della Repubblica Islamica, lo stesso nemico «implora di negoziare».

Il mercato energetico è comunque intossicato dal vocabolario del presidente: si contorce, flirta e fluttua insieme a lui, seguendo l’umore dei suoi tweet, oscillando a ogni parola. Sono parole che contengono richieste irricevibili, a far percepire che un rapido accordo non ci sarà, nonostante i passi avanti dei mediatori e l’ottimismo che, ancora la scorsa settimana, filtrava dalla Casa Bianca. Il gioco, del resto, sembra essere sempre lo stesso: alzare continuamente la posta, spostare più avanti il punto dell’intesa, fino a rendere impossibile trovare una soluzione.

Martedì il ministro della Difesa pachistano era in Iran per i colloqui, e la speranza di una soluzione sembrava farsi più vicina: il prezzo del greggio scendeva. Quando dopo qualche minuto le speranze sono morte, è risalito. I mercati ormai seguono i battiti d’ali della politica: ogni spiraglio di pace fa arretrare i costi, ogni segnale di guerra li spingono verso l’alto. Ora il greggio è a 88 dollari.

Intanto si avvicina invece l’annuncio probabile di un accordo definitivo con l’Oman per la gestione del passaggio strategico. Al-Ansari, portavoce del ministero degli Esteri del Qatar, assicura che i colloqui sono ormai in una fase avanzata, forse quella finale.

Nuovi vertici in Iran

A Teheran ora ci sono nuovi capi: i sei generali al comando appena nominati dalla Guida Suprema. Il falco Mohsen Rezaei, che è stato comandante in capo del corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche per quasi vent’anni durante la guerra con l’Iraq, è ora segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale.

Martedì ha parlato: l’Iran non rinuncerà alla sua sicurezza e deterrenza, bisogna «resistere alle prepotenze dei nemici», «rispondere in modo immediato». Ali Abdollahi, capo del comando di guerra congiunto iraniano, diventa capo di Stato maggiore delle forze armate; Ali Ozmaei capo della Marina. Che non ci sarà negoziato lo dicono i loro nomi, biografie, posizioni, ma più di questo racconta la nomina di Ahmad Vahidi, ora capo dei pasdaran.

La strategia è chiara: resistenza continua, linea dura. Alcuni generali si sono opposti anche al memorandum già firmato con gli Usa: da oggi renderanno il percorso negoziale ancor più difficile. Magari Trump scriverà che la tregua è vicina, pronto a smentirsi nel tweet successivo.

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