Reem ha 29 anni, vive a Gaza e da mesi, sulla carta, è iscritta all’università Cattolica di Milano. Qualche tempo fa il suo telefono ha squillato: era il consolato italiano che stava predisponendo la partenza dei gazawi arrivati la scorsa settimana. Alcuni di loro sono stati accolti in pompa magna dal ministro degli Esteri Antonio Tajani e da quella dell’Università Anna Maria Bernini a Fiumicino il 12 maggio. «Vogliamo formare la futura classe dirigente palestinese» ha dichiarato il ministro in quell’occasione. Reem non è riuscita a rispondere alla telefonata e da quel momento ha tentato di contattare il consolato più volte, senza ricevere alcuna risposta. Oggi, da Gaza, racconta: «È una sensazione indescrivibile: una sola chiamata persa non mi permette di realizzare il mio sogno».

La donna è una degli oltre cinquanta beneficiari di borse di studio ancora in attesa di essere evacuati. La loro storia si inserisce nella più ampia vicenda del programma Italian Universities for Palestinian Students (Iupals) che tiene banco da maggio 2025, quando la Conferenza dei rettori delle università italiane (Crui), i ministeri degli Esteri e dell’Università hanno bandito sostegni economici per consentire ai palestinesi di proseguire gli studi in Italia. Tuttavia, tra l’assegnazione delle borse e l’arrivo effettivo si è aperto un limbo fatto di requisiti impossibili da soddisfare, liste di evacuazione poco chiare e lunghi silenzi istituzionali. Le prime partenze sono avvenute nell’ottobre 2025, dopo mesi di pressioni al governo.

«Era la fase più dura del genocidio a Gaza, quando la carestia indotta da Israele minacciava l’intera popolazione», spiega Elisa Ragli, volontaria. Inizialmente, il trasferimento avveniva con voli militari organizzati dal governo, ma poi, per mesi, nessuno è stato evacuato. Solo in questi giorni le operazioni sono riprese, anche se per il secondo gruppo di studenti qualcosa è cambiato. «Questa volta hanno dovuto pagare di tasca propria voli, bus, pasti» riferisce Ragli. «È vero che il nostro è uno dei paesi che ha accolto più studenti, ma si parla comunque di trecento persone».

Richieste assurde

Finora, la macchina amministrativa ha funzionato in modo intermittente e spesso confuso. «All’inizio, il ministero chiedeva agli studenti di recarsi di persona al consolato di Gerusalemme per i visti, circostanza impossibile per qualsiasi gazawi», spiega Paola Cucchetti, volontaria di Yalla Study. «Poi il Tar Lazio, su ricorso di tre studentesse dirette a Siena, ha consentito la procedura telematica, estendendola a tutti».

Per il visto servono borsa di studio, documenti universitari, prenotazione del volo e assicurazione sanitaria, oltre al via libera del paese ricevente, di Israele per l’uscita e della Giordania per il transito. «L’anno scorso sono stati emessi soprattutto visti C, da novanta giorni», aggiunge Cucchetti. Solo in seguito una circolare alle questure ne ha consentito la conversione in permessi di soggiorno per studio. Resta aperto il nodo degli studenti con figli piccoli: «Non viene consentito partire con i figli, anche neonati, pur sapendo che trasferirsi significa abbandonarli».

Qualifiche irraggiungibili

Tra gli studenti ancora nella Striscia, le storie finiscono per assomigliarsi. Mohammed, giovane medico, racconta di essersi laureato poco prima dell’inizio dell’offensiva israeliana e di aver completato l’abilitazione spostandosi da un’area di sfollamento all’altra. «Lasciare Gaza, per me, è l’unico modo per esercitare la mia professione», scrive. Insieme a lui dovrebbe partire la sorella Reham, laureata in farmacia, anche lei ammessa a un master in Italia.

Yasmin, iscrittasi a ingegneria informatica a Modena, racconta il genocidio a cui è sopravvissuta attraverso alcuni dettagli: una stanza dell’Unrwa condivisa per mesi con altre sette famiglie, le tende e la pioggia che entra d’inverno, la ricerca disperata di pane e acqua. Prima dell’Italia aveva già ottenuto una borsa di studio in Bangladesh, mai utilizzata. «Non perché non fossi qualificata, ma semplicemente perché ero intrappolata», sostiene.

Yousef, prima dell’avanzata israeliana avrebbe dovuto rappresentare la Palestina al Gitex di Dubai e, da allora, ha visto sfumare una borsa dopo l’altra: sempre ritenuto idoneo, mai messo nelle condizioni di partire. «Guardiamo gli altri fare un passo verso la sicurezza, l’istruzione e la vita stessa, mentre noi restiamo bloccati in un’attesa senza fine» denuncia e conclude: «Non riesco a descrivere quanto sia doloroso vedere le porte aprirsi per tutti mentre tu resti fermo. La parte più difficile è la sensazione di essere rimasto indietro dopo aver lottato così a lungo».

Infine, c’è Mahmoud al Najjar, ingegnere, originario del campo profughi di Jabalia e destinatario di una borsa a Tor Vergata. È l’unico sopravvissuto della sua famiglia: Israele gli ha ucciso venticinque parenti. Nel corso della sua carriera, ha collaborato su progetti di intelligenza artificiale e computing, a supporto delle operazioni di evacuazioni a Gaza, e sta completando un master sull’applicazione dell’intelligenza artificiale nella ricostruzione post genocidio. Racconta di essere stato escluso dall’ultima evacuazione, senza spiegazioni. Qualche settimana fa il campo in cui vive è stato bombardato: «Siamo stati colpiti durante la notte e sono sopravvissuto alla morte. Il mio vicino è stato ucciso e la tenda in cui vivevo è completamente distrutta». Poi l’appello rivolto alle autorità italiane: «Sono in costante pericolo e spero di poter essere salvato come i miei colleghi».

Il 2 giugno il suo nome è finalmente rientrato nelle liste per l’evacuazione in Italia. Tuttavia, mentre si trovava sul convoglio che avrebbe dovuto condurlo oltre la frontiera, Mahmoud, pur in possesso di un visto e di una borsa di studio italiana, è stato arrestato dalle forze israeliane, insieme a una studentessa che viaggiava con lui. La donna è stata successivamente rilasciata, mentre di Mahmoud, da allora, non si hanno più notizie certe. Sul caso, la deputata del Movimento 5 Stelle Stefania Ascari ha depositato un’interrogazione parlamentare.

Poche ore dopo, la Farnesina ha annunciato l’arrivo a Roma di un nuovo gruppo di 17 studenti palestinesi usciti dalla Striscia attraverso Kerem Shalom e transitati per Amman. Si tratta dello stesso convoglio di Mahmoud al quale, però, Israele ha impedito, per l’ennesima volta, di esistere.

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