Era notte fonda quando i 90 prigionieri palestinesi, come previsto dagli accordi per il cessate il fuoco, sono stati rilasciati dal carcere di Ofer, costruito nei territori palestinesi occupati. Alcuni sono stati riconsegnati alla mezzaluna rossa palestinese nell’area di Betunia, a pochi chilometri dalla prigione, gli altri sono stati portati nell’area di Gerusalemme est, tra una folla di gente che aspettava di poter riabbracciare i propri cari.

La lista di coloro che sono stati liberati è stata tenuta segreta fino alla fine, ma quando i primi nomi hanno cominciato a circolare, nei villaggi della Cisgiordania si è creato un gran fermento. Tra coloro che sono stati liberati ci sono 21 minorenni, il più giovane è il quindicenne Mahmoud Aliowat, accusato di aver lanciato pietre contro un convoglio dell’Idf. Nessuno dei “terroristi”, imprigionati da Israele aveva a suo carico accuse pesanti.

«Erano tutte persone arrestate senza un capo d’accusa specifico e mai rinviate a giudizio», ha spiegato il giornalista Abdallah Abu Saher. «Tra le persone liberate – dice – ci sono due colleghe della stampa, Bushra al-Tawil, arrestata per aver denunciato gli attacchi violenti dei coloni, e Shatha Jarabaa, incarcerata perché aveva scritto un post su Facebook in cui denunciava i crimini contro l’umanità commessi a Gaza».

Scesi dagli autobus, i prigionieri hanno potuto abbracciare parenti e amici, tra bandiere e canti in coro, per festeggiare il ritorno a casa. È tornata a casa anche Khalida Jarrar, l’attivista per i diritti umani e femminista che per molti anni ha guidato l’associazione a tutela dei prigionieri palestinesi, Addamer. Affetta dal diabete e mai curata dall’esercito israeliano, Khalida Jarrar è apparsa smunta e tanto debole da non riuscire da sola a scendere dall’autobus che l’ha liberata dopo due anni di dura detenzione.

Coloni in Cisgiordania

La festa in Palestina è durata tutta la notte e in molti hanno sventolato la bandiera verde di Hamas come segno di ringraziamento. «L’organizzazione ha chiesto il rilascio di moltissime persone mai affiliate e che, anzi, si sono sempre schierate contro la politica di Hamas, preferendo militare in partiti laici di sinistra – ha detto il giornalista Abu Saher – e lo ha fatto come “operazione simpatia”, per consolidare il suo predominio in Cisgiordania. Mentre a Gaza la sua influenza sembra essersi affievolita, anche in queste prime ore di tregua, in tutto il West Bank, invece, è cresciuta sempre di più fino a far sparire quasi del tutto la presenza di Al Fatah».

Mentre i palestinesi festeggiavano, però, i coloni della Cisgiordania hanno compiuto una serie di raid in molti villaggi, tra Ayya, Sinjil e Ein Sinya. Alcuni di loro hanno appiccato incendi alle case, dato fuoco alle auto e lanciato sassi contro i vetri, ferendo almeno una decina di palestinesi che cercavano di spegnere le fiamme. «È stata una notte terribile, mai così tanta violenza», dice l’attivista Murad Samara. «Da quando è stato confermato il cessate il fuoco, le aggressioni dei coloni si sono intensificate».

Qualche giorno fa, quando ormai l’accordo per la tregua era fatto, i coloni che vivono nell’area palestinese si sono dati appuntamenti nelle piazze principali per protestare contro la decisione di Benjamin Netanyahu di concedere il cessate il fuoco. Nelle prossime ore sono in programma nuove azioni contro i palestinesi. «Sappiamo che nelle chat si scambiano informazioni sui rilasciati – ha raccontato ancora Murad – così da andare a fare raid punitivi nei loro villaggi e contro le loro case. C’è la caccia al palestinese rilasciato in queste ore, abbiamo paura».

Distruzione totale

Intanto, anche a Gaza è stato festeggiato il rilascio dei prigionieri palestinesi, tuttavia, molti cittadini hanno commentato malinconicamente la notizia. «La gente in strada dice che la distruzione di circa l'80 per cento della Striscia e l'uccisione di oltre 47mila gazawi è stato un prezzo troppo alto da pagare per il rilascio di poco meno di 2mila prigionieri», ha riferito il giornalista Hassan Isdodi.

L’euforia delle prime ore sta, pian piano, lasciando spazio all’amarezza per quanto accaduto dopo il 7 ottobre 2023. Nelle ultime ore poi, proprio come previsto, sono riemersi dalle macerie i primi resti umani.

A Rafah, in particolare, sono stati recuperati brandelli di corpi di 39 persone impossibili da identificare. Sono stati riconsegnati all’ospedale di Khan Yunis in attesa di un esame del Dna che, probabilmente, non verrà mai eseguito.

«Ora che, senza i ronzii dei droni, senza il terrore di uscire allo scoperto, ci si guarda intorno, la distruzione totale apre come una voragine di inquietudine nei cittadini di Gaza», ha detto ancora il cronista Isdodi. «La rabbia verso Hamas resta molto alta. In tanti, per esempio, si aspettavano che un accordo di pace si potesse trovare già da molto tempo, più di un anno fa, in effetti. E molti altri temono che l’organizzazione non resista all’idea di lanciare qualche razzo mandando, così, in frantumi l’accordo». La tregua è appesa a filo.

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