I cieli di Kiev sono tornati a tingersi di nero: droni russi sono riusciti ad arrivare fin nel cuore della Capitale, fino a via Volodymyrska, fino alla sede principale dello Sbu, il servizio di sicurezza ucraino. Secondo quanto riferito da Volodymyr Zelensky, uno dei velivoli sarebbe stato diretto proprio verso l’ufficio del capo dei servizi, Oleksandr Poklad.

Nel raid è rimasta danneggiata anche la cattedrale di Santa Sofia, patrimonio Unesco, mentre nove persone sono rimaste ferite, secondo quanto reso noto dal sindaco di Kiev, Vitaliy Klitschko. Che il bersaglio e, soprattutto, la tempistica dell’attacco non siano casuali è la convinzione espressa dal ministro degli Esteri ucraino Andrij Sybiha: «Mosca ha sferrato questo attacco proprio mentre era in corso un nuovo tentativo di pace, mettendo a nudo il suo reale rifiuto della diplomazia. È una grave escalation».

Fuoco a Donetsk

La risposta da spedire al nemico russo, ha ordinato Zelensky ai suoi servizi, dovrà essere «adeguata, incisiva e simmetrica»: «I luoghi da colpire per rispondere sono già stati stabiliti. Il momento verrà scelto in modo da garantire i risultati». Anche gli ucraini hanno mirato e colpito «una serie di obiettivi militari nemici»: una piattaforma per il lancio di droni a Donetsk, una stazione radar a Bobryk, nella regione di Byansk, nella Federazione, e alcune basi dell’intelligence in Crimea.

Il tempo della diplomazia tra Russia e Ucraina resta sospeso: le date cerchiate sul calendario degli emissari di Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, sono oggi e domani, il 5 e 6 settembre. Oggi saranno a Mosca: incontreranno Putin. Domenica raggiungeranno Kiev e per la prima volta: incontreranno Zelensky. Sono stati chiusi negli uffici della Casa Bianca a parlare con il loro capo, il presidente americano, per definire i dettagli della missione. Sulla quale aleggia però una coltre di mistero. Le due date, oggi e domani, almeno formalmente, non sono state cancellate, ma le notizie provenienti dalla capitale ucraina, insieme all’escalation degli attacchi, hanno cominciato a farle scolorire dalle agende della coppia diplomatica.

La missione sarebbe diventata impossibile per gli attacchi in corso, i russi affermano che non sarà presa alcuna misura di sicurezza. «I russi gli dicono che in Ucraina è pericoloso e lui ha paura» e «Witkoff è sempre molto sensibile al sentimento russo», è la versione che circola a Kiev. Tradotto: l’emissario di Trump teme la reazione di Putin. Per gli ucraini è chiaro che a sabotare i colloqui americani sarebbero i russi: «Non vogliono che visitino Kiev e stanno cercando di far cambiare loro i piani». Le indiscrezioni che arrivano dalla Casa Bianca dicono che la visita è in programma, ma il rischio annullamento ancora non è ancora decaduto.

A tre giorni dall’annuncio di Zelensky – dopo che i due emissari avevano assicurato la loro presenza – a pesare sulla missione sono ora anche gli «ostacoli logistici»: Mosca che martella l’Ucraina con raid incessanti, da un capo all’altro del paese. Il Kyiv Independent riferiva che Witkoff «ha iniziato ad avere paura» e avrebbe cominciato a pretendere piani alternativi per gli spostamenti nel paese in guerra: o, meglio, da un paese in guerra all’altro. Si legge ancora sul quotidiano che scrive che inizialmente i due americani avevano pianificato di raggiungere Kiev in aereo: Witkoff non ama restare chiuso nel vagone di un treno mentre, sopra la testa, volano missili e droni russi.

Mosca non ha fatto niente per facilitare il terreno della missione. Il Cremlino non sembra disposto ad accettare alcuna misura di sicurezza da concordare con la parte ucraina, anche se i droni di Kiev hanno costretto alla cancellazione dei voli nei principali aeroporti di Mosca. Il portavoce presidenziale russo Dmitry Peskov ha lasciato intendere che «gli americani probabilmente chiederanno agli ucraini di cessare le attività terroristiche», ma non ha voluto svelare se oggi gli americani saranno ricevuti al Cremlino o meno. Se saranno negli uffici di Zelensky o se non lasceranno mai Washington nelle prossime ore: «Non annuncerò nulla. Ma quando questi contatti avranno luogo, ve lo comunicheremo», ha tagliato corto Peskov.

Vertice sì o no

Witkoff e Kushner hanno messo piede a Mosca l’ultima volta a gennaio: per quattro ore, di notte, sono stati faccia a faccia con il presidente del Cremlino, lo stesso con cui qualche giorno fa l’omologo americano ha deciso di non tenere un summit. Se un vertice verrà organizzato, ha detto Trump, sarà solo quando Putin si dirà disposto a firmare un peace deal, un accordo di pace.

Non sarà soltanto una questione di logistica per gli emissari repubblicani: anche il contenuto dei negoziati annuncia un fine settimana tutt’altro che ordinario. Sarà un lungo weekend, come il titolo di un film. Anzi, un lungo weekend di paura, come quello di un altro film.

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