BEIRUT – «Sapevo di dover mettere in conto il rischio di essere colpita in qualsiasi momento, come se avessi la mia stessa vita tra le mani. Non sono più importante delle persone di cui racconto la storia». Amal Khalil aveva 42 anni ed è stata uccisa da un bombardamento israeliano mentre stava documentando i danni causati dai raid nella città di Tiri, nel Sud del Libano.

Erano le 14.45 di mercoledì 22 aprile quando un drone israeliano ha colpito la macchina su cui viaggiava Amal, giornalista del quotidiano libanese Al-Akhbar, e la fotografa Zeinab Faraj. I due uomini che viaggiavano con loro sono stati uccisi sul colpo. Amal e Zeinab sono riuscite a mettersi in salvo e a trovare rifugio in una casa vicina.

In pochi minuti Amal è riuscita ad avvertire la sua famiglia e i redattori del giornale. Il presidente libanese Joseph Aoun ha chiesto alla Croce Rossa libanese e all’esercito di intervenire per salvarle. Per ore l’esercito israeliano non ha risposto alle richieste e ha poi bombardato la casa in cui Amal e Zeinab si erano rifugiate.

Sotto le macerie

Qualche ora dopo, la Croce Rossa è riuscita ad accedere con difficoltà all’area colpita e a evacuare Zeinab, prima che l’esercito israeliano sparasse direttamente sull’ambulanza costringendo la squadra a ritirarsi e lasciando Amal sotto le macerie. Solo dopo otto ore i paramedici sono riusciti a tornare sul punto e recuperare il corpo della giornalista libanese.

Amal era una giornalista di lungo corso. È stata uccisa mentre stava facendo il suo lavoro, nel suo paese, in una zona occupata dall’Idf. Avrebbe potuto essere salvata se l’esercito israeliano avesse dato il consenso ai soccorritori libanesi di raggiungerla. Già nell’autunno 2024 Amal aveva ricevuto minacce dirette dalle forze armate israeliane, così come altri giornalisti libanesi. In un messaggio da un numero sconosciuto le era stato scritto: «Perché non vai in Qatar, dove vive tuo fratello? Perché vuoi che la tua testa sia separata dal tuo corpo?». Un crimine di guerra deliberato e annunciato.

La sua collega Zeinab Faraj è sopravvissuta e ora si trova in cura all’ospedale governativo di Tebnine, nel sud del Libano. Nei prossimi giorni sarà trasferita a Beirut per alcuni interventi chirurgici. L’uccisione di Amal arriva poche settimane dopo quella dei giornalisti Fatima Ftouni, Ali Shuaib e del fotoreporter Mohammad Ftouni, secondo una dinamica simile, quando un drone ha colpito la macchina su cui viaggiavano i tre giornalisti nei pressi di Jezzine.

La fondazione libanese Samir Kassir, che si occupa di tutelare la libertà di stampa in Libano, ha commentato l’assassinio sottolineando come il crimine non sia un episodio isolato ma «fa parte di una politica sistematica volta a intimidire i giornalisti, metterli a tacere e ucciderli deliberatamente. Portare i responsabili davanti alle corti giudiziarie internazionali non è più una richiesta rinviabile, ma una necessità urgente. La persistente impunità ha permesso all’esercito israeliano di intensificare i propri attacchi, ampliando la portata delle uccisioni e delle violazioni».

Il doppio colpo

È così che con il passare delle settimane la guerra in Libano ha assunto sempre di più i connotati dell’offensiva israeliana sulla Striscia di Gaza, con paramedici, giornalisti e soccorritori colpiti quotidianamente, spesso uccisi con la tecnica del “double tap”: colpire una prima volta e colpire una seconda volta quando arrivano i soccorsi.

Nonostante un cessate il fuoco di 10 giorni firmato il 16 aprile, la situazione nel sud del paese resta drammatica, con l’esercito israeliano che sta procedendo alla distruzione sistematica dei villaggi di confine, impedendo così il ritorno delle famiglie libanesi. Nei giorni scorsi, dopo una prudenza iniziale, Hezbollah ha risposto alle violazioni israeliane in diverse occasioni, lanciando droni e missili verso le zone occupate dall’esercito di Tel Aviv e sul nord di Israele. Fonti del partito fanno sapere che il gruppo continuerà la sua resistenza armata fin tanto che le truppe israeliane non si ritireranno dal territorio libanese.

Nel frattempo, a Washington si è tenuto il secondo round di dialoghi tra Libano e Israele, in cui il governo libanese ha chiesto un’estensione del cessate il fuoco da 20 a 40 giorni e lo stop alle demolizioni. Ma con le autorità libanesi prive di reali leve negoziali e con la volontà dell’amministrazione Netanyahu di proseguire il conflitto in Libano ben oltre il disarmo di Hezbollah è difficile che si possa arrivare a un accordo in grado di fermare gli attacchi.

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