Inizia oggi a Washington il secondo round di colloqui tra il Libano e Israele. L’obiettivo primario è estendere la tregua pattuita di dieci giorni iniziata lo scorso 17 aprile e arrivare successivamente a un accordo di pace solido tra i due paesi.

Era dal 1993 che Libano e Israele non tenevano dei negoziati in forma diretta, mentre dal 1948 le loro relazioni diplomatiche sono state interrotte. L’ambasciatrice di Beirut negli Usa, Nada Hamadeh Moawa, incontrerà quindi il suo omologo israeliano Yechiel Leiter, alla presenza dell’ambasciatore Usa in Israele Mike Huckabee e dell’ambasciatore Usa in Libano Michel Issa.

Tuttavia, le cariche delle delegazioni fanno pensare che le discussioni siano ancora in una fase preliminare e ci vorrà tempo prima di arrivare a mediazioni di alto livello. Inoltre, come già accaduto in precedenza emerge come il Libano non abbia grande potere negoziale nelle trattative sia per la debolezza delle sue istituzioni che per il potere che ha ancora Hezbollah nel paese. Secondo funzionari che hanno parlato in forma anonima con il Financial Times, Beirut non avrebbe avuto alcun peso reale nella definizione della tregua, arrivata «solo perché Trump e l’Iran la volevano».

Cosa vuole il Libano

In un comunicato diffuso dalla presidenza di Joseph Aouni, si legge che a Washington l’ambasciatrice libanese proporrà una proroga del cessate il fuoco e chiederà la fine delle demolizioni delle case nei villaggi occupati da Israele da dopo il 2 marzo scorso, giorno in cui è iniziato il conflitto tra i due paesi che ha causato oltre 2.300 vittime.

Nel lungo periodo, il Libano vuole un accordo che fermi «completamente» gli attacchi israeliani, preveda il ritiro delle truppe dell’Idf dal sud del confine, il rilascio dei prigionieri libanesi detenuti nello stato ebraico e l’avvio di un processo di ricostruzione. I danni ammontano a decine di miliardi di dollari. 

«Nel giro di circa 45 giorni abbiamo registrato 17.756 unità abitative distrutte e 32.668 unità abitative danneggiate», ha detto ad Afp Chadi Abdallah, capo del Consiglio nazionale per la ricerca scientifica (Cnrs) libanese. Numeri che salgono a oltre 220mila case distrutte se si considera anche il precedente conflitto scaturito dopo il 7 ottobre.

Cosa vuole Israele

Per conto di Tel Aviv si è espresso il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar, il quale ha chiesto a Beirut di collaborare per disarmare Hezbollah, il gruppo sciita sostenuto dall’Iran. «Non abbiamo alcun serio disaccordo con il Libano. Ci sono alcune controversie di confini di piccola entità che possono essere risolte», ha detto Sa’ar in una delle sue ultime apparizioni pubbliche. Secondo il ministro, il Libano è uno «stato fallito» e «l’ostacolo alla pace e alla normalizzazione fra i paesi è uno solo: Hezbollah». Oltre a eliminare la minaccia di Hezbollah, Israele vuole mantenere una presenza lungo il territorio occupato ed evitare che la popolazione libanese faccia ritorno nelle proprie case. Per questo motivo sono in corso pesanti demolizioni lungo il confine.

Le criticità

La prima difficoltà per il raggiungimento di un accordo è il rispetto di una tregua che per il momento è molto fragile. Solo nei primi tre giorni dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, l’Idf ha distrutto 428 unità abitative e danneggiate altre 50 nel sud del Libano. Mentre nelle ultime ore in un raid aereo l’Idf ha ucciso un’altra giornalista libanese.

Inoltre, le controversie lungo il confine sono più serie di quanto voglia far apparire il governo israeliano. Attualmente l’Idf occupa una zona cuscinetto che si estende per ben 10 chilometri nel sud, violando i precedenti accordi internazionali. Israele afferma di restare nella zona per eliminare la minaccia dei razzi a corto raggio e dei missili anticarro lanciati da Hezbollah. Ma secondo diverse inchieste giornalistiche il modus operandi dell’Idf nell’area è simile a quello avvenuto a Gaza: distruggere tutto il possibile. Chi garantirà il ritorno della popolazione sfollata con la forza nelle scorse settimane?

A minare la possibilità di un accordo di pace di lungo periodo è anche Hezbollah. Il gruppo ha più volte ribadito che non ha intenzione di portare avanti le trattative. Wafiq Safa, alto membro del consiglio politico di Hezbollah, ha dichiarato ad Associated Press che il gruppo non rispetterà alcun accordo raggiunto durante i colloqui diretti, ai quali si oppone.

A spostare l’ago della bilancia potrebbero essere le pressioni iraniane nei confronti dei miliziani di Hezbollah. Benché il Libano voglia tenere separati l’accordo tra Washington e Teheran, da quello con Israele, è innegabile che sono due pezzi dello stesso puzzle.

Il futuro di Unifil

Chi sarà l’organo o lo stato deputato a vigilare sul rispetto di un accordo di pace di lungo periodo tra i due paesi? Fino a oggi a garantire il rispetto del diritto internazionale nella cosiddetta Linea Blu è stato il contingente della missione di pace Onu dell’Unifil, anche se con molte difficoltà. 

Negli ultimi due anni i caschi blu hanno subìto però numerosi attacchi, sia da una parte che dall’altra. Di recente sono stati uccisi anche due peacekeepers francesi e tre indonesiani. Un’ulteriore dimostrazione di come la loro presenza non è gradita sia a Hezbollah sia all’Idf. Non è un caso se a fine anno scadrà il mandato della missione e l’Assemblea generale ha già deciso il suo ritiro.

Non è chiaro cosa accadrà successivamente, nella mattinata del 23 aprile le Nazioni unite hanno fatto sapere che sono a lavoro per mantenere una presenza in Libano dopo la partenza di Unifil, ma al momento le discussioni sono ancora in una fase preliminare.

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