Russi, ucraini e statunitensi sono rimasti chiusi fino a sabato, per due giorni, nella stessa stanza, in un formato negoziale trilaterale senza precedenti. Segreta la località di Abu Dhabi in cui si sono riuniti, segreti anche gli argomenti dei colloqui e i loro risultati. Washington lascia trapelare che il secondo round dei negoziati si terrà nella stessa capitale, domenica prossima, il primo giorno di febbraio – mese in cui ricorre l’anniversario d’inizio del quinto anno di guerra in Ucraina.

Il dialogo proseguirà: questo è solo il secondo successo. Il primo, più evidente, è stato – a prescindere dall’esito della galoppata negoziale – il ritorno all’interazione diretta, faccia a faccia, tra russi e ucraini. Secondo indiscrezioni di alti papaveri statunitensi, «visti i recenti progressi nei colloqui» negli Emirati, l’incontro Putin-Zelensky non è lontano, si intravede già all’orizzonte, ma è necessario che «abbiano luogo altre discussioni».

I negoziati

Oltre all’inviato speciale di Trump, Steve Witkoff, suo genero Jared Kushner. il consigliere della Casa Bianca Josh Gruenbaum e funzionari dell'esercito Usa, a confrontarsi con la delegazione ucraina – composta dal ministro della Difesa, Rustem Umerov, il capo dell’ufficio presidenziale, Kyrylo Budanov, dal comandante delle forze congiunte, Andriy Hnatov, il deputato David Arakhamia, il diplomatico Serhiy Kyslytsia e dall'alto grado militare Vadym Skibitsky – Mosca ha inviato negli Emirati esclusivamente rappresentanti della sua intelligence e delle forze armate, guidati dal capo della direzione generale degli 007 dello Stato maggiore russo, l’ammiraglio Igor Kostyukov. (Tutte divise, dunque prive di facoltà di potere decisionale in ambito politico). Queste, comunque, sono state le squadre schierate nel campo emiratino per una partita durata quarantotto ore e dal finale ancora sconosciuto.

La cortina di silenzio calata sui negoziati ieri è stata coperta solo da dichiarazioni di routine: il clima è stato definito “costruttivo e positivo” da statunitensi e ucraini, ma non è chiaro se siano stati registrati progressi reali sull’ultima questione rimasta irrisolta per mettere fine al conflitto: il controllo del Donbass conteso.

A metà giornata di ieri l’agenzia statale russa Ria Novosti riferiva che i delegati moscoviti erano rientrati in hotel, gli americani invece si dirigevano verso l'aeroporto: non è stata fatta nessuna dichiarazione congiunta al termine del summit, «non è chiaro se siano stati fatti progressi».

Perfino la Tass ha scritto che le porte sono rimaste chiuse per «un format mai tentato prima». Una fonte dell’agenzia ha riferito però, al termine dei colloqui, che la priorità della Russia – quella territoriale – rimane difficile da risolvere, è «complessa». «Il ritiro delle forze armate ucraine dal Donbass è importante e si stanno prendendo in considerazione diversi parametri di sicurezza al riguardo»; enormi progressi, o minuscoli risultati, comunque verranno solo in seguito «annunciati dai responsabili in patria, ha affermato un membro della delegazione negoziale russa».

Le porte, sia di Mosca che di Kiev, intanto, rimangono aperte. «Il tema chiave della discussione sono stati i possibili parametri della fine della guerra», le condizioni di sicurezza richieste dall’Ucraina, «la parte americana ha sollevato la questione», ha riferito ieri Zelensky, aggiungendo che «a condizione che ci sia la disponibilità ad andare avanti, l’Ucraina è pronta, si terranno ulteriori incontri».

I bombardamenti

Ma, mentre negli Emirati i colloqui proseguivano, in Ucraina le esplosioni non si fermavano. Se, dalla stanza dei bottoni, non filtra quasi alcun rumor, dall’Ucraina arriva rumore: quello assordante dei bombardamenti russi contro le regioni di Kiev, Sumy, Kharkiv e Chernihiv.

La guerra prosegue, a colpi di proiettili e parole, e Kiev continua a rimanere stretta tra due fuochi: la diade strategica messa in campo da Mosca – la pressione militare da un lato, l’apertura diplomatica dall’altro – viene portata avanti contemporaneamente, a tenaglia.

«Nella capitale e nella regione, l’obiettivo principale dei russi era il settore energetico» ha detto il presidente ucraino ieri, riferendo che Mosca ha usato 370 droni e 21 missili per colpire nuovamente le infrastrutture che hanno lasciato oltre un milione di ucraini senza elettricità, proprio mentre fuori dalla finestra soffia un inverno sotto zero.

Le prime esplosioni ieri sono iniziate – fanno notare da Kiev – alla conclusione del primo round di colloqui ad Abu Dhabi; il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha ha denunciato l’ennesima dimostrazione di postura aggressiva del Cremlino: «Cinicamente, Putin ha ordinato un brutale attacco missilistico massiccio contro l’Ucraina proprio mentre le delegazioni si riunivano ad Abu Dhabi per far avanzare il processo di pace guidato dagli Stati Uniti».

La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha accusato invece di attacco «barbarico» gli ucraini: tre infermieri sono stati uccisi in un’ambulanza a Hola Prystan da un drone.

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