A decine sono usciti dall’aula quando Benjamin Netanyahu si avvicinato al podio, accolto da un misto di fischi, applausi e grida. La scena che il premier israeliano ha avuto di fronte a sé, all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, era l’immagine delle numerose file vuote dei delegati. «Se ci sono altri codardi morali che non hanno ancora lasciato l’aula, vi prego di farlo ora», è stata la risposta, carica di sarcasmo e rabbia, di Bibi.

Dopo il furente j’accuse, mercoledì, del presidente iraniano Pezeshkian («Siete voi i terroristi!»), c’era da aspettarsi che Netanyahu cercasse di rispondere con altrettanto furore. Un discorso che elenca tutti i capisaldi della postura di Tel Aviv sul disastro mediorientale. A cominciare da quell’«attaccare l’Iran è stata una delle decisioni più facili che abbia mai dovuto prendere», che il premier ha scandito ai delegati. Senza i raid sulla Repubblica islamica, «oggi saremmo tutti morti», ha rincarato Bibi alludendo alla prospettiva di un’atomica iraniana.

Un’infinita requisitoria, quella di Netanyahu: «Accusano Israele di colonialismo. E chi ci accusa? Gente in Gran Bretagna e Francia che hanno coniato la parola colonialismo». D’altronde, questa la sua spiegazione storica, “gli ebrei sono presenti sulle Alture del Golan fin dai tempi di Mosé. Potete leggerlo nella Bibbia». E ancora: «Ecco la semplice verità: Israele non ha commesso un genocidio. Israele ha impedito un genocidio, ed è esattamente ciò che gli amici di Hamas del signor Mamdani avrebbero fatto a noi se non li avessimo fermati. Ci avrebbero sterminato fino all’ultimo».

La tensione era nell’aria a New York prim’ancora che Netanyahu prendesse la parola. Poco prima del suo discorso, decine di manifestanti, tra cui l’attrice Susan Sarandon, sono stati fermati dalla polizia. Per quanto riguarda gli scranni vuoti, a quanto si riferisce nel Palazzo di Vetro era stata la stessa missione palestinese presso l’Onu ad inviare un messaggio a molti dei 193 Stati membri invitandoli a convincere il proprio personale a «uscire collettivamente» non appena fosse stato annunciato l’arrivo del premier israeliano.

«Questo invierà un messaggio chiaro a Netanyahu e al suo governo: nessuno è disposto ad aiutare, favorire o essere complice del suo genocidio e dell’occupazione illegale», così il messaggio.

Il resto del discorso? Trump «coraggioso nella battaglia contro i barbari», accusare Israele di genocidio «è la più grande menzogna del secolo», Mamdani è un «antisemita che si deve vergognare delle sue bugie», mentre i coloni in Cisgiordania non sono altro che «giovani teppisti» e «Qatar e Turchia diffondono falsità», per le quali hanno speso «miliardi».

Non sorprendentemente, è finita sul banco degli imputati del furore di Netanyahu anche l’Europa, o almeno gran parte dei paesi del Vecchio Continente, colpevoli di aver ceduto alle pressioni delle proteste contro Israele. «Molti nel mondo libero hanno paura di difendere la libertà», ha detto il premier, accusando alcuni leader dell’Europa occidentale di avere «scelto la debolezza» e «l’appeasement» di fronte a quelle che definisce «folle antisemite». Nondimeno, lui ne è convinto, il «malvagio regime iraniano cadrà per mano del suo stesso popolo, e tutti festeggeremo quel giorno». Di fronte a lui, un’aula semivuota.

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