Ladri di notte, terroristi di giorno. Sono le parole che l’ex presidente afghano Amid Karzai sceglie nel 2009 per definire i contractor. Soldati sul libro paga dei governi e che non appartengono a nessun esercito, non hanno bandiere cucite sulle uniformi. Fanno la guerra per mestiere. La Wagner nelle ultime settimane è diventata la milizia privata da copertina, il settore da decenni si muove tra gli scenari di guerra di tutto il mondo a luci spente. E l’esasperazione di Karzai si spiega nei numeri.

Se in Ucraina – secondo gli Stati Uniti – la Wagner schiera fino a 50mila uomini, in Iraq e Afghanistan l’utilizzo di contractor ha raggiunto per la prima volta numeri senza precedenti, cambiando la percezione su come uno stato (in questo caso gli Stati Uniti) può condurre operazioni militari. Alterando percezione nell’opinione pubblica, controllo da parte dei comandi militari, limiti a quello che può succedere sul campo, tra razzie e uccisioni sommarie.

Nel 2010 il Pentagono aveva sul campo 175mila soldati americani, ma poteva contare su 207mila contractor appartenenti a compagnie militari private. I mercenari sono arrivati a essere il 50 percento delle forze totali schierate in Iraq dal Dipartimento della Difesa e il 59 percento di quelle schierate in Afghanistan.

Una soluzione a guerre impopolari

Per i governi affidarsi a forze esterne è stato ed è oggi un vantaggio sotto diversi aspetti: maggiore velocità di dispiegamento sul territorio, una riduzione del numero di soldati impiegati nel conflitto e – di conseguenza – una riduzione delle “perdite ufficiali”. Dal gennaio del 2010, in Iraq e in Afghanistan sono morti più soldati appartenenti a milizie private che marines. Queste vittime sono rimaste nel gergo militare “off the books”, negli Usa non sono registrate nei rapporti del Pentagono ma in quelli del Dipartimento del Lavoro. Sono escluse dal dibattito politico sui numeri di una guerra.

«Sono le grandi potenze militari come Usa e Russia ad assumere il più alto numero di mercenari. Lo fanno perché combattono guerre impopolari», spiega in un’intervista in collegamento da Washington Sean McFate, che oggi insegna e scrive libri sul tema, ma che quello che racconta lo ha visto con i propri occhi. È stato paracadutista nella 82esima divisione aviotrasportata, è stato sotto il comando di David Petraeus e Stan McChrystal, e soprattutto è stato poi un contractor, con missioni militari dal Sahara al Ruanda. «Russi e americani detestano vedere soldati che tornano a casa nelle body bag, ma a loro non importa dei contractor uccisi», sostiene.

Ciò che conta – come diceva Richard Nixon – è potersi appellare alla plausible deniability, ovvero negare e allo stesso tempo sembrare credibili nel farlo. «I mercenari ti danno la plausible deniability, se vuoi fare qualcosa di rischioso come uccidere il presidente di Haiti, devi assumere un mercenario, perché nemmeno loro sanno chi li paga», racconta McFate.

Crescita esponenziale

Il coinvolgimento di mercenari sul campo di battaglia non è un fenomeno nuovo – negli Usa presero parte anche alle guerre di indipendenza ai tempi di George Washington – ma dagli anni Novants in poi i numeri sono in costante crescita. Mentre in Vietnam, ad esempio, c’era un rapporto di un contractor ogni 55 soldati americani, in Iraq il rapporto è stato di uno a uno e di quasi tre contractor ogni due marines in Afghanistan.

E dal 1991 – anno della prima guerra del golfo – il numero di contractor al soldo degli Stati Uniti è cresciuto in maniera esponenziale, così come ha poi fatto la Russia dal 2014 in poi. E così come si sono ampliati i teatri di guerra in cui  sono stati impiegati i contractor, le compagnie che operano in tutto il mondo sono centinaia.

Ma non ci sono numeri certi. «Non sappiamo quanti ce ne siano là fuori, non sappiamo quanti soldi esattamente ci sono in questo mercato, non hanno un sito e nemmeno la Wagner esiste come società», racconta McFate. Per lui l’espansione della Wagner come la conosciamo oggi è una emanazione di quanto successo con l’espansione delle compagnie private nei teatri di guerra dal 1991 a oggi, compreso l’Iraq.

Per contestualizzare la crescita esponenziale del fenomeno, basti pensare che gli Stati Uniti hanno speso 815 milioni di dollari tra il 1992 e il 1997 per assumere contractor sotto il Logistics Civil Augmentation Program. In media 163 milioni di dollari all’anno. Tra il 2001 e il 2010, la cifra è arrivata a cinque miliardi di dollari all’anno.

Tra Obama e Trump

AP

Il primo mandato di Obama è stato caratterizzato da una attenzione particolare alla questione delle compagnie militari private. L’amministrazione ha cercato di introdurre il Defense Authorization Act, con cui si chiedeva alle agenzie federali di rendicontare al congresso il numero dei mercenari assunti, di quelli uccisi e di quelli feriti, introducendo azioni disciplinari nel caso di violazioni allo Uniform Code of Military Justice, il codice di giustizia militare. Il testo, portato di fronte alla commissione armi in senato, non si è mai tramutato in legge.

Poi è arrivato Donald Trump. E le compagnie militari private sono entrate alla Casa Bianca dall’ingresso principale. «Almeno una quindicina di dipendenti di compagnie militari private sono stati assunti dal presidente Trump con diversi ruoli tra esercito e marina militare», scriveva The Intercept nel 2019, citando il caso dell’allora Capo dello Staff della Casa Bianca John Kelly. Oltre ad avere contratti di collaborazione con la General Dynamics – che fornisce all’esercito Usa armi, sottomarini e munizioni – Kelly è stato anche consigliere alla DynCorp, la compagnia privata che da sola incassa il 69 per cento dei fondi stanziati dal Congresso per la ricostruzione dell’Afghanistan.

Proprio il capo della DynCorp, il miliardario Stephen Feinberg, si è ritrovato nell’estate del 2017 a Camp David insieme a Erik Prince – il fondatore di Blackwater, la più grande compagnia di contractor utilizzata dagli Usa– per presentare a Donald Trump un inedito piano di svolta per uscire dallo stallo dell’Afghanistan. Segno di una commistione anche strategica sempre più forte tra pubblico e privato. La sorella di Erik Prince, Betsy DeVos, è stata aegretaria dell’Istruzione nell’amministrazione Trump dal 2017 al 2021.

Il pericolo dell’impunità 

Un potere operativo che si delega, e che può rapidamente finire fuori controllo, come dimostra il caso Wagner. Diventata negli anni indispensabile per Putin, e poi di colpo una variabile difficile da gestire. Come la Wagner, la Blackwater negli anni ha acquisito potere e autorevolezza, al punto che durante la guerra in Iraq  tra le circa 170 compagnie private che operavano lì, era l’unica a fare rapporto alla Casa Bianca e non all’esercito. Con contratti quintuplicati. E con stipendi fino a sei volte rispetto a un sergente. Con il rispetto dei generali: per Petraeus senza la Blackwater l’occupazione irachena non sarebbe stata sostenibile. E garantendo la scorta ad ambasciatori e per le visite di alti ufficiali e rappresentanti del governo.

Ma senza controllo. Con l’imbarazzo di dover giustificare azioni violente e ingiustificate – in 195 scontri a fuoco hanno sparato per primi nell’80 per cento dei casi – e con un altro dato significativo. Nessuno della Blackwater è stato mai incriminato per le loro azioni in Iraq. Perché non c’è corte marziale o prigione per i contractor, i mercenari sfruttando a pieno la “nebbia della guerra” eludono processi e incriminazioni.

«Non c’è una legge internazionale che li controlla, chi li va ad arrestare in Bielorussia? La Nato, l’esercito russo?», si chiede McFate. È successo anche nel 2007 a una squadra della Blackwater, dopo aver ucciso 17 civili iracheni in una sparatoria. Ci fu un lungo processo mediatico – e un incidente diplomatico con il governo iracheno – ma i militari dopo negoziazioni e intermediazioni sono tornati a casa senza fare un giorno di prigione. Come spiegato proprio da Erik Prince in un’audizione al Congresso, sul volo di ritorno avevano una sola cosa di cui preoccuparsi: «Corridoio o finestrino».

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