Si sta facendo sempre più complicato per Pechino difendere come “neutralità” il suo tentativo di bilanciamento tra la “partnership strategica onnicomprensiva” sottoscritta con Mosca e la difesa dei princìpi di “sovranità” e “integrità territoriale” di cui il presidente russo, Vladimir Putin, ha fatto strame ordinando l’invasione dell’Ucraina.

In particolare, due mosse di Pechino delle ultime ore sembrano confermare che il documento “anti-unilateralismo” e “anti-Nato” firmato il 4 febbraio scorso da Putin e dal suo omologo cinese, Xi Jinping (frutto di una riflessione strategica che in Cina va avanti da almeno un lustro) è destinato a improntare in futuro le relazioni tra la Cina e l’occidente, che rischiano di deteriorarsi ulteriormente rapidamente.

Il 23 marzo al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite Pechino si è trovata isolata avendo votato “sì” assieme a Mosca una risoluzione presentata dalla Russia (e bocciata per l’astensione degli altri tredici membri) che chiedeva di affrontare la crisi umanitaria che sta subendo il popolo ucraino, senza però menzionare l’aggressione militare russa che ne è la causa. Nella stessa giornata è iniziata all’Assemblea generale la discussione di una risoluzione analoga – presentata dall’Ucraina – che però indica chiaramente le responsabilità di Mosca, che ha già l’appoggio di un centinaio di paesi.

L’ambasciatore cinese all’Onu, Zhang Jun, ha sostenuto che i membri del Cds dell’Onu dovrebbero concentrarsi sulle questioni umanitarie, «trascendendo le differenze politiche», e cercare di raggiungere il consenso per «rispondere alla crisi umanitaria in modo positivo, pragmatico e costruttivo».

Copyright 2022 The Associated Press. All rights reserved.

Nelle stesse ore da Pechino arrivava la netta contrarietà della Cina all’espulsione della Russia dal G20. «Nessun membro ha il diritto di rimuovere un altro paese come membro. Il G20 dovrebbe attuare un vero multilateralismo, rafforzare l’unità e la cooperazione», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Wang Wenbin. Sarebbe stata la Polonia a proporre agli Stati Uniti l’espulsione della Russia dal G20, ricevendo una risposta positiva da Washington.

Come che sia, il sostegno cinese alla Russia sarà tra i temi caldi degli incontri che il presidente Usa, Joe Biden (atterrato la sera del 23 marzo in Europa) avrà nei successivi giorni con i rappresentanti dell’Unione europea e della Nato.

Secondo fonti diplomatiche di Bruxelles, l’Ue al momento sarebbe compatta sulla stessa posizione degli Usa: pretendere dalla Cina di non fornire alcun sostegno economico (né, ovviamente militare) alla Russia, nel momento in cui l’occidente è pronto a irrigidire le sanzioni, alle quali la Cina è fortemente contraria. Se così fosse, al prossimo vertice Ue-Cina, il 1° aprile, si riproporrebbe la stessa inconcludente discussione tra Xi e Biden, con inevitabili ripercussioni negative sulle relazioni tra Pechino e Bruxelles.

Pechino rilancia la costruzione di centrali e accelera sulla fusione nucleare

L’aumento dei costi dell’energia è destinato a protrarsi e ad accentuarsi anche per effetto dell’aggressione russa all’Ucraina. Per far fronte a questa “nuova normalità” Pechino sta accelerando la costruzione di nuove centrali atomiche nonché la sperimentazione sulla fusione nucleare. Il 22 marzo la Commissione nazionale per lo sviluppo e le riforme (Ndrc) e l’Amministrazione nazionale dell’energia hanno pubblicato il piano quinquennale per l’energia (2021-2025) che prevede, tra l’altro, 70 gigawatt (GW) di capacità nucleare installata entro il 2025, rispetto ai 51 GW di fine 2020.

  • Perché è importante

Assieme allo sviluppo delle energie rinnovabili (idroelettrica, solare, eolica) la Cina punta sul nucleare di terza generazione – che ha commercializzato prima delle concorrenti Francia e Stati Uniti, esportandolo nei paesi della nuova via della Seta – per rispettare gli impegni presi davanti alle Nazioni unite (picco delle emissioni di CO2 entro il 2030 e neutralità carbonica entro il 2060) e per far fronte alla crisi energetica.

Il nuovo piano di Pechino per l’energia atomica prevede entro il 2025 di spingere sulla sperimentazione dei reattori di quarta generazione e sulla fusione nucleare, che permetterebbe di produrre una quantità enormemente maggiore di energia rispetto alla fissione, lasciando poche scorie.

  • Il contesto

La Cina importa dall’estero il 72 per cento (il 15 per cento dalla Russia) del suo fabbisogno di greggio e il 44 per cento (il 10 per cento dalla Russia) di quello di gas naturale. Il nuovo piano quinquennale punta a diversificare al massimo i paesi d’importazione e al potenziamento dell’estrazione di gas in Cina, per avvicinarsi all’autosufficienza energetica.

Per quanto riguarda il nucleare, Yang Fuqiang, consulente senior dello Institute of Energy dell’Università di Pechino, ha spiegato che «i punti chiave sono garantire sicurezza e alta efficienza e trattare i rifiuti radioattivi».

I due reattori di terza generazione a Shidaowan (nella provincia dello Shandong) dovrebbero essere collegati alla rete elettrica prima del 2025. Shidaowan ospita anche il primo reattore di quarta generazione al mondo entrato in funzione.

Yuan, di Lorenzo Riccardi

Boom di investimenti stranieri e tasse al minimo per le pmi

I dati divulgati dal ministero del Commercio il 14 marzo scorso rivelano che il volume di investimenti diretti esteri (Ide) in Cina nei primi due mesi del 2022 anno ha superato i 38 miliardi di dollari, in aumento del 45 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Negli ultimi anni la Cina è diventata la destinazione preferita dagli investitori stranieri per la creazione di centri di ricerca e sviluppo, e per l’apertura di quartier generali per le operazioni in tutta la regione asiatica. In particolare, per quanto riguarda i settori ad alto contenuto tecnologico nei primi due mesi di quest’anno l’incremento di Ide ha raggiunto il 74 per cento.

Nonostante la pandemia, è aumentato l’interesse per l’economia cinese degli investitori stranieri, attratti dalle potenzialità del mercato interno con la classe media più numerosa del pianeta. Il Pil cinese è cresciuto dell’8,1 per cento nel 2021 ed è previsto un incremento del 5,5 per cento per il 2022.

Il flusso di Ide è promosso inoltre da incentivi, politiche fiscali ad hoc e dalla creazione di nuove zone di libero scambio.

Il ministero delle Finanze ha introdotto questo mese una riforma per ridurre la fiscalità delle piccole imprese e sostenerne lo sviluppo, che prevede aliquote speciali al 2,5 per cento per le aziende con utili inferiori a 1 milione di yuan (circa 140mila euro) e al 5 per cento per gli utili tra uno e tre milioni di yuan (circa 430mila euro).

Le nuove aliquote fiscali saranno applicabili dal 1° gennaio 2022 al 31 dicembre 2024 per tutte le imprese a basso profitto con attivo fino a 50 milioni di yuan, massimo 300 dipendenti e utile non superiore a 3 milioni di yuan. Si tratta di un’agevolazione di grande significato che promuove le start-up, le piccole imprese e ogni azienda a basso profitto.

Cina e Usa si contendono gli ingegneri taiwanesi dei microchip

Qualche tempo fa il fondatore della compagnia shanghaiese di semiconduttori Smic, Richard Chang Rugin, non aveva usato mezzi termini: per iniziare a sfornare microchip avanzati, alla Cina non mancano né investimenti, né sostegno politico, ma “talenti”, ovvero ingegneri e tecnici altamente qualificati per sostenere lo sviluppo dell’industria nazionale. Eppure lo stesso problema, anche se in misura diversa, ce l’hanno gli Stati Uniti, che hanno ingaggiato con la Cina una competizione al centro della quale è destinata a finire Taiwan, paese all’avanguardia nella progettazione e produzione di microchip.

  • Perché è importante

Secondo un report pubblicato nei mesi scorsi, entro il 2023 alla Cina potrebbero mancare circa 200mila esperti di semiconduttori: una posizione su quattro di quelle offerte dai laboratori nazionali. Per far fronte a questa carenza, negli ultimi mesi le principali università del paese hanno inaugurato istituti specializzati sui microchip. Pechino sta provando a reclutare ingegneri da Taiwan, ma un paio di settimane fa (dopo sei mesi di indagini) gli investigatori di Taipei hanno interrogato decine di persone coinvolte nel reclutamento di esperti taiwanesi di microchip e perquisito aziende cinesi del settore. In base alle nuove norme, le “spie economiche” che mettono a rischio la sicurezza nazionale e la competitività globale di Taiwan rischiano fino a dodici anni di carcere e 3,6 milioni di dollari di multa.

  • Il contesto

Dall’altra parte del Pacifico, gli Stati Uniti puntano a riprendere il controllo di una tecnologia fondamentale che hanno trascurato a vantaggio dei produttori asiatici. I finanziamenti previsti dal “CHIPS for America Act” creeranno nei prossimi dieci anni negli Stati Uniti almeno 27mila posti di lavoro nel settore, 3.500 dei quali saranno coperti da tecnici e ingegneri stranieri. Il Center for security and emerging technology (Cset) della Georgetown University in un report pubblicato questo mese ha raccomandato al governo di «stabilire un percorso di immigrazione accelerato per i lavoratori di fabbrica esperti, in particolare per i lavoratori taiwanesi o sudcoreani che cercano di lavorare in fabbriche di nuova costruzione negli Stati Uniti», come il colosso taiwanese Tsmc, che sta costruendo un impianto in Arizona o la fabbrica che la sudcoreana Samsung costruirà in Texas.

Consigli di lettura della settimana:

Per questa settimana è tutto. Per osservazioni, critiche e suggerimenti potete scrivermi a: exdir@cscc.it

Weilai vi invita a seguire il futuro della Cina su Domani, e vi dà appuntamento a giovedì prossimo.

A presto!

Michelangelo Cocco @classcharacters

© Riproduzione riservata