Dopo giorni di esitazione, l’Unione europea ha deciso di respingere formalmente la proposta di subentrare agli Stati Uniti come principale mediatore tra Ucraina e Russia, ma lascia la porta aperta alla possibilità di partecipare ai prossimi negoziati.

La questione è stata affrontata negli ultimi giorni a Cipro, dove si è svolta la riunione informale dei ministri degli Esteri dell’Unione. A presiederla, l’Alta rappresentante Ue, Kaja Kallas, che pochi giorni fa si era autocandidata al ruolo di mediatrice e che giovedì 28 maggio ha definito «una trappola» subentrare al ruolo che la Casa Bianca ha avuto fino ad ora nelle trattative tra Russia e Ucraina (Kallas ha avuto un nuovo incidente diplomatico: ha accusato gli Usa di aver abbandonato la loro ambasciata a Kiev, una notizia che si è poi rivelata del tutto priva di fondamento).

Passo indietro

Il problema di trovare un mediatore europeo è diventato urgente negli ultimi giorni, da quando cioè la Casa Bianca ha annunciato la sua intenzione di ritirarsi almeno temporaneamente dai negoziati tra Ucraina e Russia. Un ritiro a cui è seguita l’apertura fatta dal presidente russo, Vladimir Putin, sulla possibilità di trattare con un mediatore europeo – possibilità che il Cremlino aveva sempre nettamente escluso, con toni anche dispregiativi.

Sulla questione, però, l’Ue è notoriamente divisa. La linea ufficiale emersa a Cipro è stata espressa, tra gli altri, dal ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani: l’Unione europea non può fare da mediatore perché «non siamo neutrali, siamo dalla parte di Kiev».

Tuttavia, questa formula non esclude una qualche forma di dialogo con la Russia, auspicata ad esempio dal ministro degli Esteri norvegese, Espen Barth Eide, secondo cui l’Europa «deve avere una voce al tavolo dei negoziati», a patto che il suo ruolo non venga definito di «mediazione».

Ancora più favorevoli alle trattative sono il premier slovacco Robert Fico e il nuovo primo ministro bulgaro Rumen Radev, che invece chiedono all’Ue di assumere un ruolo guida nel negoziato.

Resta il problema di come e su cosa l’Europa dovrebbe negoziare. Per molti, bisognerebbe semplicemente trovare il modo di addolcire il più possibile i sacrifici che gli ucraini saranno costretti a concedere per convincere Mosca ad accettare la pace. L’offerta del cancelliere tedesco Friedrich Merz di garantire a Kiev un’adesione «parziale» all’Unione nel breve periodo è una delle proposte che vanno in questa direzione.

Per altri, invece, il negoziato dovrebbe essere usato come un’arma di pressione nei confronti di Mosca, così da spingere Putin a ridurre le sue richieste. Kallas, ad esempio, ha proposto di chiedere a Mosca il ritiro delle sue truppe da Georgia e Transnistria come parte della strategia negoziale europea.

Tuttavia, tanto quanto i paesi favorevoli a una rapida fine del conflitto esitano a offrire a Kiev ciò che davvero potrebbe influenzare l’atteggiamento ucraino –  un’adesione piena e immediata all’Unione – così chi vorrebbe costringere la Russia a ridurre le sue richieste difficilmente è disposto a promettere a Kiev aiuti economici e militari necessari a raggiungere questo obiettivo.

Questa doppia contraddizione, più di tanti altri fattori, contribuisce a spiegare perché l’Europa conti così poco sull’Ucraina.

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