Il regime lancia un’offerta per uscire dallo stallo negoziale con gli americani: la fine del blocco dello Stretto, solo in una seconda fase si affronta la questione atomica. Il ministero degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ricevuto da Putin. Che vuole disinnescare la crisi e dice: «Lo conserviamo noi l’uranio degli ayatollah». Merz: «Gli Usa umiliati dalla Repubblica islamica»
Ieri la Situation Room dove Donald Trump ha riunito i suoi esperti per risolvere la crisi iraniana, era affollatissima. E, ha riferito in anonimo uno dei funzionari ad Axios, a Washington stanno valutando una proposta avanzata dal fronte sciita. È questa: la fine dell’assedio Usa dello Stretto di Hormuz come condizione preliminare per riaprire un negoziato sul nucleare (ed è un compromesso nato da varie anime, ora in competizione, che si contendono il potere in Iran).
Le offerte dello zar
A tessere le fila di questa ipotesi fragile ora sul tavolo Usa sono stati mediatori pakistani, egiziani, turchi e qatarioti in contatto con il ministero degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, che ieri è stato ricevuto da Putin nella Sala Petrovsky della Biblioteca presidenziale Boris Eltsin a San Pietroburgo.
Il presidente russo ha ricevuto un messaggio dalla Guida suprema: il numero uno del Cremlino ringrazia e fa sapere che «intende proseguire le relazioni strategiche» con Teheran. Anzi: la Russia farà tutto il possibile, «nell'interesse dell'Iran e degli altri paesi della regione, per garantire la pace in Medio Oriente nel più breve tempo possibile».
Muscolare e spregiudicato, Putin si offre di disinnescare la crisi. Lo zar atomico vuole diventare custode nucleare dei pasdaran: Mosca è disposta a trasportare, mettere in sicurezza e conservare sul suo territorio i 440 chilogrammi di uranio arricchito al 60 per cento che si trovano ora nei siti iraniani di Isfahan e Natanz, anche se ad aprile scorso – quando il Cremlino lo aveva già proposto – aveva incassato un rapido rifiuto americano.
È una mossa del cavallo con duplice obiettivo: la Federazione torna al centro della scena internazionale compiacendo il fronte sciita - che interpreterebbe la misura come temporanea – e, al tempo stesso, si assicura una leva politica nei confronti di Washington nel ristagno dei negoziati ucraini. Oltre a Putin, ad accogliere Araghchi con il suo viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi, c'erano il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, il consigliere presidenziale Yuri Ushakov e il capo dell’Intelligence militare, Igor Kostyukov.
Al colloquio con i russi durato due ore è seguita una nuova scarica di accuse del capo della diplomazia iraniana contro «approcci sbagliati» e «richieste eccessive» degli Stati Uniti che hanno mandato a monte i negoziati. Anzi, impettito davanti alle difficoltà del nemico, dalla terra russa che ha lasciato senza concedere una vera speranza di riallineamento e tregua, gli statunitensi il ministro li ha anche sfidati: «L'Iran si trova di fronte alla più grande superpotenza mondiale, ma gli Stati Uniti non hanno raggiunto nemmeno uno dei loro obiettivi. Ecco perché il presidente Donald Trump chiede di negoziare e noi stiamo valutando questa opzione».
Ieri Araghchi non è stato l'unico a contestare i repubblicani che «vengono umiliati» dai Guardiani della rivoluzione: gli iraniani «sono evidentemente più forti del previsto», gli americani stanno dimostrando di non avere alcuna strategia ha detto il cancelliere tedesco Friedrich Merz.
Rischia di incrinarsi anche un altro fronte, litigano tra loro le monarchie del Golfo. gli Emirati pretendono una risposta più forte e decisa da vicini e alleati: «La posizione del Consiglio di cooperazione del Golfo è stata storicamente la più debole, considerando la natura dell'attacco e la minaccia che rappresentava per tutti», ha riferito il consigliere presidenziale Anwar Gargash che critica la linea della «politica di contenimento» e mediazione, giudicata ormai insufficiente nell'escalation. La situazione non si risolve, ma evolve e nessuno degli attori esibisce moderazione.
Solo sette navi, in arrivo da porti iraniani e iracheni hanno attraversato Hormuz ieri, mentre il Comando centrale degli Stati Uniti ha ordinato il dietrofront a 37 imbarcazioni dal tredici aprile, primo giorno del blocco. Restano sospese decine di milioni di barili di greggio nel limbo liquido del canale: in un altro limbo, quello energetico, resta il mondo. La Marina statunitense promette che continuerà a «far rispettare il blocco dei porti iraniani, impedendo alle navi di entrare o uscire».
Pedaggi alle navi
Dall'altro lato del canale, quello sciita, Ebrahim Azizi, capo della commissione per la Sicurezza nazionale nel parlamento iraniano, informa che i pedaggi per il transito ora si pagheranno in moneta locale. Misure e contromisure alimentano lo stallo che si profila all'orizzonte e non si promette breve: al contrario, rafforza la percezione di timori fondati e giusti. E non tacciono le armi nemmeno in Libano, dove oltre duemilacinquecento persone sono state uccise nel conflitto, informa il ministero della Salute di Beirut.
Gli israeliani hanno dichiarato ieri di aver distrutto 50 strutture di Hezbollah nel sud del paese; erano basi militari, anche sotterranee, dei miliziani a cui ieri il comandante della Forza Quds dei Pasdaran, Esmail Qaani, ha promesso eterno sostegno: «L'eroica resistenza dell'Hezbollah libanese ha dimostrato che le narrazioni ingannevoli del regime sionista non sono che menzogne». Benjamin Netanyahu invece parla di successi dell'Idf: agite, il lavoro non è finito.
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