La Corte suprema degli Stati Uniti ha dato ragione alla terapeuta evangelica Chiles in una causa contro il Colorado, dove le terapie di conversione sono vietate. Ora, le terapie che sono state definite «torture» dall’Onu hanno di nuovo una sponda legale
«Vietare le terapie riparative danneggia la libertà d’espressione». Così il giudice Neil M. Gorsuch della Corte suprema degli Stati Uniti ha dato ragione alla terapeuta cristiana evangelica Kaley Chiles. Quest’ultima nel 2022 aveva fatto causa al Colorado, che dal 2019 ha una legge che vieta le terapie di conversione, sostenendo che la norma giuridica le impedisse di lavorare liberamente con quei pazienti che chiedono un percorso per vivere in modo «coerente con la loro fede».
Una decisione che non entra nel merito dell’efficacia di queste pratiche, ampiamente contestate dalla comunità scientifica internazionale, a partire dall’Organizzazione Mondiale della Sanità o dalle Nazioni Unite che le hanno definite «torture» ma che le porta dentro il perimetro della libertà di espressione. «Stupisce e preoccupa la decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti tra l'altro con così ampia maggioranza da parte dei giudici», commenta Gabriele Piazzoni, segretario nazionale di Arcigay. «Il problema è che viene male interpretata la libertà e in questo caso ha prevalso la libertà della fede religiosa, quindi rispettare anche chi crede in questo tipo di pratiche ma il punto è che le terapie di conversione sono state condannate da tutti gli organismi scientifici che hanno diritto e sono titolati a parlare al riguardo».
Il divieto annullato
In particolare la legge del Colorado vietava in maniera esplicita ai professionisti della salute mentale di tentare di convincere i minori a cambiare il loro orientamento sessuale o l’identità di genere. «Non si può sdoganare come libertà religiosa un qualcosa che fa male alle persone, che provoca drammi esistenziali, tentativi di suicidio, problemi psicologici e che spinge le persone verso la disperazione perché questo è il risultato che si ottiene con le terapie riparative», continua Piazzoni.
Queste pratiche si fondano sulla convinzione antiscientifica che l’orientamento sessuale e l’identità di genere si possano modificare, come si cambia taglio di capelli. E con la decisione della Corte Suprema Usa le terapie tornano a trovare uno spazio giuridico in cui muoversi. «È assolutamente assurdo che gli Stati Uniti stia facendo passi indietro così significativi», aggiunge Piazzoni. «Dall’essere uno dei fari su questi temi stanno diventando alfieri dell’oscurantismo e un riferimento per chi vuole fare passi indietro in tutto il mondo per i diritti civili, è una deriva preoccupante».
L’arretramento
Quanto accade s’inserisce in un contesto più ampio di arretramento degli Stati Uniti sui diritti civili, accelerato dal governo Trump e da un orientamento della Corte Suprema sempre più conservatore. Sono diversi i pilastri smantellati negli anni: a partire dalla cancellazione del diritto costituzionale all’aborto con l’annullamento della sentenza Roe vs.Wade, poi l’approvazione di leggi che vietano l’accesso alle cure di affermazione di genere per i minori, l’esclusioni delle atlete transgender dalle competizioni sportive femminili, infine il divieto di servire nelle forze armate.
Sulle terapie riparative l’Europa si è già pronunciata condannandole e chiedendo agli Stati membri di approvare leggi ad hoc che le vietino, come accade già in otto paesi. «Confidiamo che a livello europeo vada avanti l’iniziativa dei cittadini che è stata presentata e supportata anche da Arcigay insieme a tantissime altre associazioni, per vietare in tutta l’Unione europea queste terapie perché non è accettabile che un paese democratico e civile accetti che si possano fare questo tipo di violenze su una persona solo per quello che è. L’orientamento sessuale e l’identità di genere sono caratteristiche della persona e non possono essere forzate. Tutto questo è veramente inaccettabile in un paese democratico nel 2026».
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