«Se un medico diventa l’obiettivo e l’ospedale diventa un campo di battaglia, tutta la nostra umanità è a rischio». A parlare è Elias Abu Safiya, il figlio maggiore del pediatra palestinese Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan, arrestato, insieme ad altre 240 persone, durante un raid dell’Idf sulla struttura di Beit Lahia, uno degli ultimi presidi sanitari ancora parzialmente funzionanti nel nord di Gaza. È successo a fine dicembre 2024.

Era sospettato di essere un membro di Hamas, avevano fatto sapere le forze israeliane. Eppure, dopo più di 560 giorni di prigionia, nessun capo d’accusa è mai stato formalizzato nei confronti del pediatra Abu Safiya, che resta in carcere, in totale isolamento nella prigione sotterranea di Rakefet, come conseguenza della “legge sulla detenzione dei combattenti illegali”, che permette alle autorità israeliane di internare chi è considerato coinvolto in attività ostili senza un processo penale e sulla base di prove che possono rimanere segrete.

«Ma a che punto siamo arrivati se un medico viene arrestato, tenuto in prigione, percosso e torturato senza alcun capo di imputazione? Se un dottore non può proteggere i feriti dentro un ospedale, chi può farlo?», chiede ancora Elias al Comitato permanente sui diritti umani nel mondo, della Commissione Esteri della Camera, che l’ha invitato a parlare.

Il figlio di Abu Safiya si riferisce al fatto che il padre è stato arrestato dopo essersi rifiutato di abbandonare la struttura sanitaria di Kamal Adwan, nonostante la richiesta dell’Idf di andarsene durante il raid. Non lo ha fatto neppure quando i soldati hanno ucciso un altro dei suoi figli, Ibrahim, che Hussam ha scelto di seppellire nel cortile dell’ospedale pur di non uscire, e ferito al petto il fratello Idris, «colpito da un cecchino israeliano».

«Anche mio padre è stato ferito da sei schegge mentre lavorava. È stato un momento difficilissimo per la mia famiglia, ma ha scelto di non tradire il suo popolo. Di non abbandonare i bambini e i pazienti dell’ospedale per cui era diventato l’unica speranza di cura e, quindi, di sopravvivere. Salvare le vite umane è un crimine? Il fatto che un medico resti accanto ai propri pazienti può essere considerato un motivo valido per la detenzione?», racconta ancora Elias in videocollegamento.

Poco dopo descrive le condizioni in cui si trova Hussam Abu Safiya dentro il carcere. A giugno la Corte suprema israeliana ha respinto il suo ricorso per ottenere la liberazione e confermato la detenzione almeno fino a ottobre 2026. Il suo avvocato l’ha incontrato il 2 luglio e ha raccontato di averlo trovato in condizioni preoccupanti: impaurito e psicologicamente provato, estremamente debole. Si è presentato all’incontro con mani e piedi incatenati.

Secondo quanto ha riferito il legale, il dottor Abu Safiya aveva lividi e lesioni recenti perfino in testa. Non solo faceva fatica a rimanere seduto, ma anche a respirare e a parlare in modo continuativo, tanto che più volte è sembrato sul punto di perdere coscienza. «Questa è l’ultima volta che mi vedrai. Mi hanno portato qui per uccidermi. Non credo che sopravviverò. È la fine», avrebbe detto Hussam al suo legale. Lo riporta anche Elias, che aggiunge: «Era un grido di soccorso rivolto a tutti. Un appello a ogni individuo che crede che la vita umana conti qualcosa. Non permettete che le parole di mio padre diventino una profezia: che arrivi il giorno in cui sarà chiaro che il mondo sapeva, ma non si è mosso in tempo».

La disumanizzazione dei palestinesi in carcere

Ad accogliere e divulgare l’appello di Elias anche Amnesty International, che ha avviato una campagna e una raccolta firme per chiedere la sua liberazione e il rilascio di tutti gli altri operatori sanitari palestinesi detenuti arbitrariamente nelle carceri israeliane. «La distruzione del sistema sanitario di Gaza è una delle modalità attraverso cui vengono inflitte alla popolazione palestinese condizioni di vita calcolate per provocarne la distruzione fisica», spiega Tina Marinari, coordinatrice delle campagne per Amnesty International Italia, intervenuta durante l’audizione alla Camera presieduta da Laura Boldrini. «Il trattamento riservato al personale sanitario si inserisce in un sistema più ampio di detenzione e maltrattamenti dei palestinesi. Nelle carceri israeliane vengono applicate pratiche volte alla deumanizzazione dei detenuti, attraverso il ricorso sistematico alla violenza fisica e psicologica».

Nel rapporto Living Hell di B’Tselem, infatti, l’ong israeliana per i diritti umani conclude che le violenze non sono episodi isolati, ma il risultato di una politica «sistemica e istituzionalizzata» di tortura e abusi. Il rapporto, basato sulle testimonianze di palestinesi rilasciati, documenta percosse, attacchi con cani, elettroshock, ustioni, impiego di gas lacrimogeni e granate stordenti negli spazi di detenzione, oltre a violenze e umiliazioni sessuali.

«Tra le testimonianze raccolte figurano percosse ai genitali e penetrazioni anali con oggetti. Oltre alle condizioni materiali di detenzione, che sono disumane: sovraffollamento estremo, incatenamento prolungato, isolamento dal mondo esterno, quantità di cibo insufficienti, negazione delle cure mediche e privazione delle condizioni igieniche minime, compreso l’accesso all’acqua. Nelle strutture sotterranee, come quella in cui è stato trasferito Abu Safiya, le condizioni denunciate sono particolarmente dure», puntualizza Marinari prima di citare i dati dell’Israel Prison Service. Nel luglio 2026 Israele deteneva più di 9.200 palestinesi classificati come prigionieri per ragioni di sicurezza. Tra questi, oltre 3.200 erano sottoposti a detenzione amministrativa, senza un processo penale, e circa 1.300 erano detenuti come "combattenti illegali”, la categoria giuridica applicata anche ad Abu Safiya.

«Il trattamento riservato da Israele agli operatori sanitari palestinesi, comprese la detenzione arbitraria e la tortura, è stato reso possibile anche dal fallimento degli altri Stati, che non hanno adottato misure efficaci di fronte alla distruzione del sistema sanitario e agli attacchi contro il personale medico», conclude la rappresentante di Amnesty: «Queste condotte fanno parte dei modelli che caratterizzano il genocidio in corso contro la popolazione palestinese nella Striscia di Gaza. Di fronte a tutto questo, le semplici espressioni di preoccupazione sono ormai soltanto un cinico alibi».

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