«L’accordo con l’Iran è tutto negoziato. Devono solo firmarlo». Parola di Donald Trump. Dichiarazioni che lasciano il tempo che trovano, dato che è la 39esima volta che il presidente Usa annuncia di essere vicino a un’intesa con Teheran e poi viene smentito sistematicamente. Sono passati oramai 103 giorni dall’inizio dell’operazione militare Epic Fury, con lunghe settimane di trattative che non hanno portato ad alcun risultato concreto. Anzi, ora rischiano anche di saltare dopo i recenti attacchi, che forse non saranno gli ultimi.

«Il bullo del Medio Oriente è morto. Ci hanno messo troppo tempo per negoziare un accordo che sarebbe stato ottimo per loro, ora ne pagheranno le conseguenze», ha detto Trump. «Qualsiasi aggressione incontrerà una risposta diretta e decisa», ha risposto il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, nonché principale interlocutore con gli Usa.

Dichiarazioni di fuoco e contraddittorie, ma le speranze per raggiungere un accordo sono ancora in piedi o almeno è quello che vogliono far credere i mediatori. Anzi, per evitare un’escalation militare che congeli le trattative, da Doha è stato inviato un team negoziale a Teheran. La missione è iniziata «dopo consultazioni con gli Stati Uniti» e ha l’obiettivo di «ridurre le distanze che restano» tra Washington e Teheran.

Quanto siano lunghe queste distanze non è chiaro, di sicuro più di quanto Trump sia disposto ad ammettere. Ora la paura è il rischio di una reazione incontrollata da parte di Trump, anche per questo motivo l’inviato speciale Steve Witkoff continua a inviare messaggi di de-escalation al ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi.

Lo stato dell’arte

Quel che è certo è che protrarre lo stato bellicoso non giova a nessuno. E se proprio c’è chi ne trae vantaggio, questi sono Iran e Israele che non hanno fretta di raggiungere un accordo. Per Trump la questione è più complicata. La guerra sta causando più di un problema. Pesano gli oltre 29 miliardi di dollari spesi finora per sostenere il conflitto finora e un consenso popolare sempre più basso che si espliciterà alle urne durante le elezioni di mid-term. Senza contare la Camera dei Rappresentanti Usa ha votato per porre fine fine al conflitto.

L’unica exit strategy a disposizione del tycoon è concludere un buon accordo da sbandierare alla sua base MAGA e ai democratici. Lo sa anche Teheran, che per questo motivo non ha intenzione di cedere ai diktat provenienti dalla Casa Bianca. Come leggere quindi gli attacchi delle ultime ore? L’Apache abbattuto dai Pasdaran a Hormuz è un messaggio chiaro al Pentagono, che nelle ultime tre settimane di maggio è riuscito a far transitare nello Stretto 70 navi mercantili. 

È il risultato di una missione sottotraccia nata dalle ceneri della fallimentare Project Freedom, come spiegato da un funzionario anonimo ai giornalisti del New York Times. L’attacco, quindi, serve per fermare questo flusso e ristabilire il proprio peso negoziale dato dalla chiusura dello Stretto. Ma non si esclude che potrebbe alimentare un’escalation incontrollata.

I punti critici

Prima degli attacchi delle ultime ore, le ultime notizie sostanziali sul negoziato risalgono a venerdì scorso, quando dopo diverse ore di meeting nella situation room i funzionari statunitensi hanno inviato l’ennesima bozza di Memorandum ai mediatori. I nodi da sciogliere sono tanti, l’Iran vorrebbe sbloccare immediatamente almeno 12 miliardi di dollari di beni sequestrati all’estero (su un totale di 24), da parte sua Washington vincola questa concessione a due condizioni chiare: la messa in sicurezza verificabile del programma nucleare e la completa liberazione di Hormuz.

Su quest’ultimo punto Teheran non ha intenzione di cedere, vuole mantenere attivo il programma di riscossione di pedaggi ideato negli ultimi mesi anche dopo il conflitto. Una sorta di soluzione per ottenere una compensazione ai danni causati dalla guerra. Washington è assolutamente contraria e punta a creare un fondo internazionale da 300 miliardi, su cui non sarà facile trovare finanziatori soprattutto tra i paesi arabi del Golfo Persico. Infine, c’è la grande questione dei quasi 450 kg uranio arricchito oltre il 60 per cento che si trovano ancora in Iran. Se arrivasse al 90 per cento, i Pasdaran saranno in grado di realizzare circa 11 bombe nucleari.

Una linea rossa invalicabile per Trump ma anche per il suo alleato Benjamin Netanyahu che ha dimostrato più volte di intraprendere iniziative militari senza il consenso Usa. Che fine farà questo uranio? L’Aiea ha già fatto capire che un suo trasporto fuori dal paese non sarà semplice e rischia di causare danni.

© Riproduzione riservata