Gli alleati mediorientali, ma anche il resto del mondo – quello che va dal Guatemala alla Siria – tutti, praticamente tutti, sono arrabbiati con Donald Trump per le disastrose conseguenze della sua guerra contro i Pasdaran, divenuti ormai i signori di Hormuz. Il presidente ancora una volta ha dichiarato: «Si spera che siamo verso la fine della guerra, Teheran vuole raggiungere un accordo».

Ma più e più volte ha sostenuto questa medesima posizione in questi sette mesi di conflitto che, invece di arrestarsi, si è allargato sulla mappa, fino al Mar Rosso. Il presidente americano dovrà dare più di qualche spiegazione su quali decisioni prenderà per mettere fine alla guerra e sulla «strategia post-bellica» da adottare per tornare alla normalità; sono scelte farà a chiusura urne di midterm.

Dopo midterm

Lo scrive Axios che «Trump e il suo team di alto livello lavorano a un piano per il "giorno dopo", la cui definizione è prevista dopo le elezioni di metà mandato», e che il tycoon si siederà al tavolo con i ministri degli Esteri dei paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Kuwait e Oman) a margine dell'Assemblea generale dell'Onu a New York che si terrà martedì prossimo. E lì ci sarà anche Benjamin Netanyahu. Le coincidenze, però, non aiutano il repubblicano che, un anno fa, nello stesso luogo, incontrò i leader arabi per presentare loro una bozza: quella del piano di pace per Gaza, la Striscia che, ancora oggi, pace non l’ha trovata.

Non sarà così facile riportare lo stato di cose a prima del 28 febbraio scorso, primo giorno di missili e attacchi di Epic Fury. Gli Houthi si sono arroccati, scavando circa venti chilometri di trincee, nell’area attorno allo stretto di Bab el-Mandeb: se anche i sauditi dovessero tentare di forzare le loro posizioni attraverso una controffensiva delle forze governative, riprendere il controllo del territorio potrebbe rivelarsi un’operazione molto dolorosa e molto lunga.

L'avanzata per il momento è solo diplomatica: Pechino ha contattato Teheran per chiedere di esercitare la propria influenza su ribelli per contenerne le azioni in Yemen, ma sono stati i sauditi a chiedere ai cinesi di compiere questo passo negoziale col nemico. Intanto, tre bambini sono rimasti uccisi nella provincia di Taiz, nel sud-ovest del paese, nei raid condotti da Riad, che proseguono.

Non tutto verrà dimenticato, di questa guerra. Di certo, difficilmente si dimenticherà il nome di Minab, la città iraniana dove un raid americano ha colpito una scuola elementare provocando la morte di quasi duecento persone: quasi tutte bambine. «A seguito degli attacchi statunitensi e israeliani del 28 febbraio, la missione ha ravvisato fondati motivi per ritenere che gli Stati Uniti abbiano commesso crimini di guerra», hanno dichiarato gli esperti di diritti umani incaricati di indagare dal principale organo delle Nazioni Unite.

Ma per i prezzi del greggio, il mondo brucia ormai anche molto lontano da Hormuz e Bab el-Mandeb. Con Trump sono arrabbiati tutti, dai repubblicani fino ai siriani, fino ai filippini: le piazze si riempiono di rabbia per il caro carburante, mentre il petrolio da tempo ha superato la soglia psicologica dei 100 dollari al barile. Il weekend appena passato ha fatto registrare proteste da Città del Guatemala fino a Damasco.

In Siria le proteste non erano così partecipate dalla fine del regime di Assad due anni fa, scrivono i media locali: la miccia è stata accesa dal governo che ha temporaneamente alzato il prezzo del diesel a 175 lire siriane, cioè quasi un dollaro e mezzo al litro – il rincaro è di circa il 40%.

Autostrade bloccate

In Portogallo alcuni lavoratori hanno marciato fino all'abitazione del primo ministro, mentre in Guatemala camionisti e manifestanti hanno bloccato le autostrade chiedendo un intervento immediato del governo alle pompe di benzina. Nemmeno il Pakistan, mediatore del conflitto, è immune dalle conseguenze della crisi. Islamabad vara un piano di austerity: dimezzato il carburante destinato ai veicoli di servizio e stop all’acquisto di nuovi mezzi.

Le prospettive per i prossimi mesi sono ancora più fosche: l’inverno sta arrivando e gli analisti prevedono un ulteriore aumento dei prezzi, fino al 30 per cento. Trump rischia di perdere non solo credibilità, ma persino di smarrire lo scopo della sua stessa avventura iraniana.

Dalla guerra contro Teheran non ha ottenuto né vittorie, né simboliche, né reali, e neppure vantaggi concreti: soltanto la sfiducia degli alleati. Che la riverseranno martedì su di lui con la stessa furia riservata ai rivali sciiti fino a qui.

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