Mercoledì 1° luglio, a Doha, tra iraniani e americani, gli arbitri sono stati i mediatori pakistani e qatarini. Hanno fatto spola tra delegazioni per colloqui tecnici ai quali non hanno preso parte nemmeno Jared Kushner e Steve Witkoff, gli emissari che hanno incontrato il primo ministro al Thani per discutere del cessate il fuoco regionale, da Beirut a Teheran.

I media americani l’hanno capito prima degli altri che questi in corso sono solo low-level talks, colloqui di basso livello: i veri negoziati, quelli destinati a riportare la stabilità con un’intesa politica, non hanno ancora né una data, né una sede. Non c’è sul calendario una data cerchiata per l’incontro decisivo.

A confermarlo, c’è una dichiarazione del vice ministro degli Esteri iraniano, Kazem Gharibabadi, che ha spiegato mercoledì che «non appena ci saranno le condizioni necessarie» verranno istituiti «gruppi di lavoro per monitorare i progressi del memorandum».

Insomma, «i negoziati non sono ancora iniziati» e sciiti e repubblicani continuano a essere due corpi estranei. Quella andata in scena in Qatar negli ultimi giorni sembra un’ennesima prova non superata: anzi, peggiore delle precedente.

Fondi congelati

Perché la ripresa dei colloqui ha un prezzo adesso e l’ha stabilito Teheran: tre miliardi, parte dei fondi congelati, «in cambio di progressi nei colloqui». Intanto, sul tavolo negoziale restano immutate le stesse pretese, gli stessi disaccordi irrisolti, le stesse condizioni che continuano a contrapporsi, apparentemente inconciliabili.

Emerge che l’ultima ipotesi sulla gestione di Hormuz poggia sulla proposta avanzata dall’Oman, ma in ballo non c’è solo il futuro del conflitto, ma lo status quo dell’equilibrio energetico mondiale e di colossi che forse dovranno concedere pedaggi a Muscat e Teheran. Le parole si incagliano però senza procedere, come mercoledì ha fatto una portacontainer che transitava lontano dal corridoio meridionale, l’unico che gli sciiti hanno indicato come ufficiale.

I passaggi nello Stretto saranno liberi e gratuiti, ma solo per i prossimi 60 giorni e il controllo sul braccio marino non è negoziabile: «L’Iran non rinuncerà in nessun caso ai propri diritti nello Stretto di Hormuz», ha detto di nuovo il presidente del parlamento iraniano Ghalibaf. Sessanta giorni è anche il lasso di tempo concesso dai Pasdaran per lo sblocco immediato di 12 miliardi di dollari di beni congelati e la metà è ancora depositata nelle banche del Qatar.

È stato sempre Ghalibaf a suggerire che la guerra è vinta, ma non dagli americani: sono stati esportati «quaranta milioni di barili di petrolio in meno di due settimane».

Da Teheran ripetono con lo stesso rigore e la stessa ossessione maniacale il medesimo messaggio: l’arricchimento dell’uranio per fini civili da parte dell’Iran è «un nostro diritto legittimo e inalienabile»; e peccato che dall’altro lato Trump ripete che «la denuclearizzazione dell’Iran sta procedendo bene», gli incontri sono positivi: dopo gli attacchi, «siamo in ottimi rapporti». Idem i missili: gli ayatollah fanno sapere che «la nostra capacita missilistica non è negoziabile». Da mercoledì non si può ignorare questa semplice evidenza: il confronto diretto tra i nemici è tornato a mancare e bisogna riportarle gli avversari entro i confini della temperanza per impedire che la diplomazia sia sopraffatta dalle armi.

Il presidente Usa ha anche valutato il ritorno all’opzione militare «totale», ma poi non l’ha scelta: ne ha parlato con il segretario alla Difesa Pete Hegseth e il capo di stato Maggiore congiunto, generale Dan Caine, ma ha ritenuto che, con altri attacchi, troppe macerie sarebbero cadute lungo la strada della diplomazia; il presidente teme di compromettere lo smantellamento del programma nucleare ed è disposto anche a superare la scadenza del 18 agosto, riporta il Wall Street Journal, pur di lasciare aperto uno spiraglio diplomatico. Ma gli americani possono anche alzarsi dal tavolo e «portare a termine il lavoro»: al Pentagono non manca chi tifa per la ripresa di operazioni belliche su vasta scala per sbaragliare il nemico.

L’obiettivo americano di riportare stabilità in Medio Oriente è, per il momento, del tutto fallito: ogni ipotesi rimane sulla carta, nulla si muove dal guado in cui tutto si è impantanato. Lo stallo diplomatico si vede nelle scie che presto le imbarcazioni miliari tedesche si lasceranno a poppa; il ministro della Difesa di Berlino, Boris Pistorius, vuole far tornare indietro i vascelli che aveva spedito fino a Gibuti in attesa di una possibile missione militare: «Non aspetteranno all’infinito».

Altre minacce

Al funerale dei soldati israeliani morti in Libano ha promesso altra morte il ministro della Difesa Israel Katz: «C’è una chiara verità per tutti noi: non dobbiamo aspettare che la minaccia bussi alla nostra porta». La difesa israeliana, che ha già colpito l’Iran, è pronta a farlo di nuovo, come farà in Libano, Siria e Gaza, dai cui territori non si ritirerà.

A rispondere a Katz è stato, indirettamente, il ministro degli Esteri Araghchi: Trump si è impegnato «a tenere a bada i suoi cagnolini a Tel Aviv, se dovessero ignorare il loro padrone, l’Iran darà loro una lezione». Israeliani e iraniani non si perdonano. A Teheran c’è addirittura un dossier per la vendetta: quella che si abbatterà, e non tra tanto tempo, per «il sangue del martire ayatollah Khamenei e dei martiri iraniani». Parola del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale dell’Iran.

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