Tregua senza tregua in Iran; tregua breve e intensa, ma fragile tra Russia e UcrainaDonald Trump è stretto tra due fuochi: uno appiccato da lui stesso nei mari mediorientali alla frontiera sciita; l’altro, che prometteva di spegnere in un giorno solo, arde ancora tra Mosca e Kiev. «President Trump really, really wants the war with Iran to end». Il presidente Trump vuole davvero, davvero che la guerra con l’Iran finisca.

Tutti questi really si leggono nell’articolo dell’Atlantic che rivela indiscrezioni raccolte tra i collaboratori del tycoon «riluttante a riprendere le ostilità» nello Stretto e per vari motivi: i depositi di armamenti americani si svuotano, gli alleati Usa nella regione (Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, soprattutto) sono stanchi di rimanere colpiti dal fuoco incrociato tra statunitensi e iraniani. In primis, però, Trump ha detto ai suoi consiglieri che non bisogna tornare a sparare a Hormuz prima che lui vada a Pechino la prossima settimana: deve incontrare l’omologo Xi Jinping.

«Trump è annoiato della guerra che ha iniziato: vuole uscirne, ma l’Iran potrebbe probabilmente continuare per mesi. Ha ripetutamente esteso le scadenze del cessate il fuoco invece di dare seguito alle sue minacce (a volte apocalittiche) di riprendere le ostilità» continua l’Atlantic. Lo stallo del presidente è ormai evidente, su entrambe le scacchiere: quella mediorientale e quella ucraina.

Entrambi i conflitti stanno durando più a lungo del previsto, si stanno rivelando più sanguinosi di quanto fosse stato preventivato. E, tuonante, mentre il suo segretario di Stato Marco Rubio aveva appena lasciato Roma, ha ripetuto di nuovo che nessuno è disposto ad aiutarlo: «L’Italia non c’era quando avevamo bisogno di lei. E io ci sono sempre stato per l’Italia».

La situazione iraniana

Anche sabato (ma Washington riferisce lo stesso messaggio ormai da qualche giorno) Trump aspettava una risposta da Teheran che non è mai arrivata. Se il silenzio continua, riprenderà Project Freedom (l’operazione della Marina Usa che scorta le petroliere attraverso Hormuz). «Il comportamento degli Stati Uniti genera dubbi sulle reali intenzioni di Washington nei negoziati per la pace» ha ribadito ancora il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, in una telefonata con il suo omologo turco Hakan Fidan.

Per l’intelligence Usa sta svolgendo un ruolo decisivo in questa resistenza sciita che sembra inscalfibile la Guida Suprema, che dirige gli alti funzionari che si muovono all’interno di un sistema di potere piramidale ormai sempre più frammentato. Mojtaba Khamenei – per la prima volta ne ha parlato il Consiglio Supremo di Sicurezza – ha riportato lesioni alla rotula e alla schiena per i bombardamenti Usa che hanno ucciso suo padre, ma gode di buona salute. Sono stati i pasdaran a denunciare nuovi attacchi contro «pescherecci e mercantili iraniani» nel Golfo Persico nei pressi del porto omanita di Khasab, ma sono stati subito smentiti dai funzionari oltreoceano. Mentre il Libano ha denunciato raid israeliani e vittime nel sud del paese e di Beirut.

Componenti per i droni, ma anche grano e olio di semi: è quanto Mosca starebbe inviando alla affamata e impoverita alleata Teheran, funestata dal blocco americano che impedisce il transito delle navi e, dunque, l’arrivo delle merci. L’asso nella manica russa è il Mar Caspio: è così che il Cremlino, secondo il New York Times, riesce a far transitare forniture commerciali e militari, aggirando blocchi e sanzioni degli Stati Uniti, che restano impantanati nello Stretto di Hormuz tanto quanto gli iraniani.

La parata 

Mosca ha celebrato, ma timidamente, l’81esima Giornata della Vittoria dell’Urss contro il nazifascismo. Il cessate il fuoco per consentire la parata russa, entrato in vigore sabato, terminerà lunedì (alle undici del mattino del primo giorno della settimana prossima): in questi giorni i nemici di guerra «hanno anche accettato di restituire 1000 prigionieri da ciascuna parte».

Ad annunciarlo è stato Trump, che ha ottenuto il risultato della tregua dopo due giorni di telefonate. «Mi piacerebbe vedere Russia e Ucraina fermarsi. È la cosa peggiore dalla Seconda guerra mondiale in termini di vite umane, con 25.000 giovani soldati uccisi al mese. È una follia». Trump ha dovuto contattare sia Putin che Zelensky per accertarsi che «non si uccideranno, che è molto positivo».

Riferimenti al secondo conflitto mondiale li ha fatti anche Putin dal palco dove stava tra l’omologo bielorusso Alexander Lukashenko e il kazako, Kassim-Jomart Tokayev, alludendo alla sua «operazione militare speciale». Sotto gli occhi dello zar, in Piazza Rossa, in una sfilata militare in scala ridotta, c’erano pochi soldati, che «resistono contro una forza aggressiva che è sostenuta dall’intero blocco della Nato» e ancor meno missili e blindati, tutti al fronte.

«Per la durata della parata, sarà esclusa dai piani di utilizzo delle armi ucraine». Lo ha chiosato ironico Zelensky, facendo risentire il portavoce Dmitri Peskov («Non abbiamo bisogno del permesso di nessuno») e il consigliere presidenziale russo, Yuri Ushakov: «È anche imbarazzante commentarlo, ma certo, si tratta di qualcosa di clownesco, da circo, chiamatelo come volete». Trump voleva una tregua più lunga di quella ottenuta, ma è una speranza «infondata», ha aggiunto Ushakov «lui ci spera e perché no? Ci sta lavorando».

© Riproduzione riservata