Lavrov offre la propria mediazione su Hormuz. Rubio spiega che la soluzione della guerra sarà lunga e complicata. Trump pensa di riprendere gli attacchi. I pasdaran, che hanno quasi esaurito la speranza, hanno la “simpatia” del mondo
Donald Trump ha fatto quel che sa fare meglio: prendere tempo, dire no e rilanciare. Gli iraniani «hanno fatto una proposta ma l’ho respinta». Perché quello che vuole fare il presidente – si legge sul Wall Street Journal – è tornare a bombardare l’Iran appena saranno terminate le elezioni di Midterm.
Eppure l’offerta sciita sembrava impossibile da perdere: sette giorni di tregua per cominciare a sciogliere la matassa mediorientale, per sbloccare lo snodo marino che ha ormai messo il cappio al mercato energetico mondiale. L’offerta è stata avanzata, durante la sua visita newyorkese all’Onu, dal ministro degli Esteri Abbas Aragchi all’inviato speciale Steve Witkoff senza passare per la strettoia dei mediatori del Golfo che fin qui hanno tenuto in piedi i canali di comunicazione tra nemici. Non tutti hanno perdonato in patria al capo della diplomazia iraniana il faccia a faccia con l’americano, ma ormai la rottura del tabù geopolitico è avvenuta. Poi il “no” del repubblicano è arrivato mentre il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, stava facendo ritorno a Teheran dagli Stati Uniti.
Ad aggiungere una nuova tessera al complicato mosaico mediorientale pensa in serata Mosca: «Abbiamo bisogno di fiducia nella relazioni fra i paesi del Golfo, i paesi arabi e l’Iran. Abbiamo bisogno di una architettura regionale stabile» ha detto il ministro degli Esteri Sergei Lavrov, offrendo la propria disponibilità per una nuova trattativa.
Occasione persa
Se Washington avesse accettato, il processo sarebbe iniziato «immediatamente»: anche i pasdaran – avevano assicurato i funzionari – avrebbero aderito. Le condizioni poste dagli iraniani sono le stesse avanzate lo scorso giugno: la fine del blocco navale e di quello sanzionatorio, la cessazione degli attacchi. È, in sostanza, il perimetro degli obiettivi tracciato dal Memorandum d’intesa di Islamabad e nulla di ciò che Teheran chiede oggi è estraneo a quell’intesa già firmata, ma adesso il percorso verso l’uscita dalla guerra è stato «articolato in fasi».
Lo ha assicurato il presidente iraniano che vorrebbe accompagnare gli yankee alla porta: «Non abbiamo bisogno di un poliziotto regionale». «L’Iran non ha abbandonato il tavolo dei negoziati, ma, alla luce delle esperienze passate, non si fida più degli Stati Uniti». Pezeshkian è stato chiaro – come è stato anche in precedenza – subito dopo l’incontro con il segretario generale Guterres.
«Se si arriverà a un accordo con l’Iran... ciò richiederà un notevole impegno prolungato nel tempo e coinvolgerà anche dei mediatori». Timida, e probabilmente molto realistica, è stata la previsione del segretario di Stato Marco Rubio. Gli unici che non sembrano arrendersi in questa maratona negoziale tra due oceani sono pachistani e qatarini, consci che gli iraniani stanno svuotando ogni bacino di speranza residua per trovare una soluzione. Ma consci anche che le richieste iraniane avrebbero costretto Trump a imporre a Benjamin Netanyahu lo stop agli attacchi contro Hezbollah in Libano: il rischio era incassare un no da Tel Aviv; inoltre la riapertura dello Stretto sarebbe avvenuta tenendo conto solo delle richieste iraniane e omanite, lasciando fuori quelle degli alleati degli americani. Quelle, per esempio, dei sauditi, che ancora ieri erano impegnati a intercettare droni Houthi; due velivoli esplosivi e missili balistici dei ribelli sono stati neutralizzati prima di raggiungere Khamis Mushait.
Senza riserva
La stessa Teheran che si offre di mediare tra Riad e Houthi lascia che risuoni potente anche il messaggio del Quartier generale centrale di Khatam al-Anbiya, il cervello militare dei pasdaran, pronti ad agire al primo “errore” che verrà commesso dagli americani: risponderanno con «attacchi continui, efficaci e dolorosi, senza alcun vincolo o riserva». La guerra può ulteriormente allargarsi: il golfo Persico, il mar Rosso, le basi statunitensi e altre località della regione «potrebbero tutte essere colpite dalle conseguenze di uno scontro diretto», il Grande Satana è circondato e non deve più aspettarsi atti di «tolleranza»: «La regione non è costituita da un unico campo di battaglia».
Non chi vincerà, ma chi sta già vincendo questa guerra, sembra già noto: in questi giorni – sette mesi dopo l’uccisione della Guida Suprema – Teheran ha messo sul tavolo di Trump un’exit strategy ma soprattutto, scrivono i media americani, ha saputo sfruttare il palco Onu. Gli iraniani «hanno colto l’occasione per esporre la propria posizione al mondo, dipingendo la Repubblica Islamica come un paese che rispetta il diritto internazionale». Non gli sciiti, ma gli statunitensi, hanno fatto la parte dei “bulli”.
Insomma, chi ha ottenuto davvero qualcosa dalla passerella newyorkese sono stati gli iraniani: hanno comunque, in qualche modo, vinto. Perché in patria ad applaudirli ci sono stati sia i pragmatici che i falchi, che hanno apprezzato il discorso del presidente sulla Repubblica Islamica che non si «piega», resiliente e «fiera»; i funzionari possono vantare progressi negoziali al rientro. In più, tutto il mondo li ha sentiti parlare dal Palazzo di vetro e nessuno fuori ha protestato per la loro presenza: le strade di New York si sono riempite di rabbia solo per la presenza dell’alleato di Washington, Netanyahu.
Nelle ore più buie, e probabilmente insonni, generate dai dubbi sul Jenga mediorientale che lui stesso ha costruito, Trump ieri ha ribattezzato Hormuz – sempre e soltanto nel mondo virtuale che abita, su Truth – “Stretto di Trump”. Dice che gli americani lo controllano al 100 per cento. Dopo aver svuotato gli arsenali americani e una guerra costata oltre 45 miliardi, ha concluso: «Dovrò pur ricavarci qualcosa».
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