Nel suo primo messaggio alla nazione la neo-presidente venezuelana tende la mano agli Usa. Ma intanto ribolle tutta l’America latina. Il capo di Stato colombiano «pronto a prendere le armi» in caso di attacco. Sheinbaum, in Messico: «L’America non appartiene ad una potenza». Il Wp: Machado caduta in disgrazia perché ha accettato il Nobel
Con alle spalle i ritratti di Maduro, Chavez e Bolivar, e in volto i suoi grossi occhiali tondi, Delcy Rodríguez, nel suo primo messaggio alla nazione da presidente ad interim del Venezuela, nel rivolgersi a Washington non ha stretto il pugno chiuso in segno di vendetta, ma ha allungato il palmo della pace: «Lavoriamo insieme». Chiede dialogo tra i due paesi, «non rapporti di guerra».
Sabato, dopo il raid che ha fatto finire Maduro davanti a un giudice a New York, Rodríguez il giuramento l'ha fatto di lealtà: a lui, il presidente catturato con un atto di «atrocità». Invece lo ha pronunciato alla Corte suprema che ha nominato la vicepresidente, già ministra del petrolio, la nuova numero uno di Caracas.
Ma solo per i prossimi novanta giorni: poi il mandato dovrà essere prorogato previa approvazione dell'Assemblea nazionale che si è nuovamente riunita, chiedendo il ritorno di “Nico” e di sua moglie Cilia Flores, condannando l'attacco «traditore e codardo» targato Usa.
«Assenza forzata»
«L'obiettivo è garantire la continuità amministrativa dello Stato e la difesa della Nazione», scrive la Corte, ma perfino tra le righe del decreto rimbomba la straordinarietà del momento storico: i togati hanno scelto la dicitura «assenza forzata» per giustificare il vuoto lasciato da Maduro – in quanto morte, dimissioni, malattie costituiscono motivi di interruzione del potere, ma rapimenti e sequestri non sono previsti né dalla Costituzione, né, finora, dalla Storia di Caracas.
Alla figlia della Revolucion ora non resta che essere Giano bifronte per un bene superiore: un volto da mostrare all'America per evitare l'escalation, un altro per il popolo. La 56enne finita nella blacklist dell'Ue nel 2018 non ha perso sostegno di esercito e ministri, per gli americani rimane l'opzione non gradita, ma preferita alle altre per guidare il paese. Nel fiume tragico delle vicende sudamericane scorrono anche rivoli di grottesco: se gli Usa hanno deciso di accettare – pur non ritenendola legittima – Rodriguez, e di non piazzare al vertice Maria Machado, è per dispetto: Machado ha quel Nobel per la pace che The Donald reclamava come suo, e accettarlo è stato l'errore che l'ha fatta cadere in disgrazia. «Se avesse detto: “non posso accettarlo perché è di Trump”, oggi sarebbe la presidente del Venezuela», ha riferito una fonte del Washington Post.
Anche Nicolasito, Maduro junior, ha confermato che è stata l'infedeltà all'interno della cerchia chavista che ha portato alla cattura di suo padre: «La storia dirà chi sono stati i traditori». Il messaggio in cui promette «Ci vedrete per le strade» è stato diffuso sui social, ma non si sa da dove: lui rimane nascosto.
Trentadue cubani – tutta la squadra di sicurezza che sorvegliava e proteggeva Maduro – sono stati uccisi nel raid dei commando Delta Force. «I nostri compatrioti sono caduti dopo una feroce resistenza»: sono le parole dell'ufficio presidenziale dell'Avana che conferma che membri del ministero degli Interni e Forze armate, personale dei servizi segreti, erano nei corridoi più nevralgici del potere venezuelano.
In una rara ammissione pubblica, Cuba riconosce la presenza dei suoi agenti operativi da anni nel paese; Maduro, all'Avana, a dicembre scorso ne aveva chiesti ancora di più: sia per la sua difesa personale, sia per rimpolpare il controspionaggio mentre le navi Usa cominciavano ad affollare le onde caraibiche che vedeva all'orizzonte. «Cuba està con Venezuela». Lo dicono il Gramma e il presidente Miguel Díaz-Canel, che ha proclamato due giorni di lutto sull'isola.
Rabbia cubana
Con il suo raid, le sue minacce costanti - che Cuba sia ready to fall, pronta a cadere l'ha ripetuto intimidatorio dall'Air Force One - Trump ha destato tutto il Sud America: Cile, Colombia, Messico, Uruguay, Brasile tremano, più che per timore di nuove incursioni, di rabbia ed indignazione per la cattura. «L'America non appartiene a una dottrina o a una potenza», ha chiosato la presidente messicana Claudia Sheinbaum: «Il continente americano appartiene al popolo di ciascuno dei paesi che lo compongono, l'intervento militare non ha mai portato democrazia».
Vecchio e narcotrafficante, «un uomo malato a cui piace produrre cocaina e venderla agli Stati Uniti». Questo, Trump, lo ha detto del presidente Gustavo Petro che governa la Colombia, ma «non lo farà a lungo. Lasciate che ve lo dica», ha aggiunto, sognando ad occhi aperti una nuova incursione, che gli sembra «un'ottima idea». «Non sono illegittimo, né narcotrafficante, e non sono nemmeno soldato», ha ribattuto il presidente di Bogotà, «ma conosco la clandestinità. Ho giurato di non impugnare mai più un’arma dal Patto di pace del 1989, ma per la Patria riprenderò di nuovo le armi che non voglio». Il messaggio è netto: o si risponde a Trump o si verrà trattati da «servi e schiavi».
Chiama a raccolta nelle piazze tutto il popolo latinoamericano, confidando nella storia della Colombia, quella «che il signor Rubio non ha letto». Quella che «il vecchio e malato» Petro, che di anni ne ha 65, invece sì. Forse non l'ha letta nemmeno Trump, che – sembra doveroso ricordarlo qui – di anni ne ha 79.
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