Nel pomeriggio del 9 novembre del 1921, sotto le volte dorate del Teatro Augusteo di Roma, Benito Mussolini annunciò lo scioglimento dei Fasci di combattimento, la formazione paramilitare che aveva contribuito a fondare due anni prima. I Fasci, annunciò, confluivano in una nuova creatura politica, destinata a essere altrettanto brutale e violenta, ma più presentabile e istituzionale, diremmo oggi: il Partito nazionale fascista.

Il centenario della fondazione del Pnf cade in un momento storico particolare: a un mese esatto dall’assalto del gruppo neofascista Forza nuova alla sede nazionale della Cgil e a poche settimane dalle inchieste giornalistiche che hanno svelato i rapporti e le alleanze tra gruppi estremisti e nostalgici e i partiti della destra mainstream.

A molti sembra che questi eventi costituiscano un inquietante parallelo con quanto accadde un secolo fa.

Crisi allora, crisi oggi

Confrontare gli anni Venti del ‘900 con quelli del nuovo millennio è diventato quasi un luogo comune. Con l’arrivo della pandemia, la più letale dall’influenza spagnola del 1918, sembra diventato un paragone ancora più calzante.

Allora come oggi, l’Italia era prostrata economicamente e socialmente. Sul paese pesavano le conseguenze della Grande guerra e di un’economia che faticava a riadattarsi alla produzione del tempo di pace. Centinaia di migliaia di veterani, tra i quali numerosi feriti e mutilati, erano tornati alla vita civile, spesso senza prospettive di occupazione.

Tra il 1919 e il 1920 queste tensioni trovarono sfogo in una serie di scioperi e occupazioni guidate dalle forze della sinistra che spesso finivano in maniera violenta, con scontri e morti e feriti tra manifestanti e forze di polizia. Gli scioperi coinvolsero un milione di persone nel 1919 e oltre un milione e duecentomila nel 1921, numeri mai registrati prima e non si rivedranno prima della fine degli anni Sessanta.

Alle manifestazioni della sinistra rispondevano gli attacchi delle squadracce della destra, che, a partire dal 1920, iniziarono a saccheggiare le sedi di partiti, giornali e sindacati, ad attaccare le manifestazioni, a colpire singoli attivisti e militanti.

I nemici principali delle squadracce erano la sinistra e soprattutto, a partire dal 1921, i neonati comunisti, il partito più radicale e più militarizzato di tutta la sinistra. Ma le squadracce se la prendevano anche con i cattolici, mentre la prima azione squadristica fascista in assoluto, nel luglio del 1920, fu l’incendio del Narodni Dom, il palazzo della minoranza slovena di Trieste.

Politicamente, gli squadristi erano nazionalisti, provenivano quasi sempre dalla piccola borghesia ed erano basati nelle grandi città. Nel 1921 quasi il 70 per cento delle azioni violente registrate nelle grandi città erano di matrice fascista.

Le squadracce erano politicamente eterogenee, poco coordinate e spesso avevano poche cose in comune le une con le altre oltre all’odio per la sinistra e la voglia di menare le mani. Tra loro c’erano tanto i difensori dell’ordine costituito quanto i rivoluzionari di destra che sognavano di rovesciare la società borghese.

I Fasci di combattimento, fondati nel 1919, erano uno dei più importanti di questi gruppi e iniziarono a crescere soprattutto nel 1920, quando il movimento si alleò con i proprietari terrieri, i famosi agrari, che utilizzavano le squadracce per contrastare la sindacalizzazione dei braccianti agricoli e l’occupazione delle loro terre. Oggi è difficile comprendere il livello di violenza politica di quegli anni, che non venne più raggiunto nemmeno negli anni di Piombo. In quell’epoca, quasi tutti i principali partiti e sindacati avevano le loro organizzazioni militanti o erano pronti a costituirle nei momenti di maggiore tensione. Il ricorso alla violenza era una componente della vita politica che veniva quasi data per scontata.

Qui si trova una delle principali divergenze con il nostro presente, in cui la violenza militante è stata abbandonata da tutte le forze politiche, tranne una parte di quelle più estreme. Il database Info Antifa, che monitora le violenze neofasciste in Italia, conta appena 214 episodi tra 2014 e 2021.

Il congresso

Il lungo periodo di violenze e tensioni portò a un rapido aumento degli iscritti ai Fasci, mentre l’alleanza con agrari e industriali si estese anche in politica. Alle elezioni del 1921, i liberali centristi si allearono con i Fasci per formare il Blocco nazionale, che portò in parlamento ben 35 fascisti, tra cui lo stesso Mussolini.

Il prezzo dell’istituzionalizzazione fu l’abbandono delle istanze più rivoluzionare e una pacificazione, più formale che reale, con cattolici e socialisti. Entrambe scelte avvallate convintamente da Mussolini, ma detestate dai «movimentisti» che non volevano cedere alle lusinghe delle «forze borghesi».

Nei mesi che precedettero il congresso, i Fasci erano divisi e il partito appariva a un passo dalla scissione. Mussolini aveva annunciato solenni dimissioni dopo le proteste contro la sua linea moderata. In un ennesimo parallelo con la situazione di oggi, il congresso dei Fasci del 1921 doveva essere una definitiva resa dei conti tra le «due anime» del movimento.

Ma in realtà, quando il 7 novembre il congresso iniziò i suoi lavori, Mussolini aveva già manovrato abilmente per trovare una mediazione con i suoi avversari interni.

Il 9 novembre, terzo e penultimo giorno del congresso, si abbracciò pubblicamente con il suo principale oppositore, Dino Grandi (che sarebbe stato poi uno dei principali responsabili della sua caduta vent’anni dopo). Lo stesso giorno, annunciò che i fasci di combattimento si sarebbero sciolti in una nuova formazione. Un partito istituzionale e presentabile con una segreteria e un’assemblea, ma che della vecchia formazione avrebbe conservato l’organizzazione militarizzata su base provinciale. Probabilmente nemmeno il più ottimista tra loro poteva immaginare che in meno di un anno il nuovo partito avrebbe dominato la vita politica del paese.

Il partito

Nel frattempo, i Fasci avevano avuto una crescita esplosiva nel numero di iscritti. A dicembre del 1920, i Fasci avevano a malapena 20mila membri. L’alleanza con gli agrari portò migliaia di piccoli proprietari, lavoratori e caporali al soldo dei proprietari a iscriversi al partito.

Quando Mussolini fece confluire i Fasci nel Pnf, gli iscritti erano decuplicati. Il nuovo partito poteva vantare oltre 200mila iscritti, tanti quanti ne aveva il Partito socialista italiano. A metà del 1922, gli iscritti al Partito fascista superarono i 300mila, più dei 250mila del Partito popolare, il più grande partito dell’epoca.

Per fare un paragone con i nostri anni, in cui la politicizzazione e la partecipazione alla vita di partito sono molto minori, il Pd, uno dei pochissimi partiti a diffondere cifre sugli iscritti, sostiene di averne poco meno di 400mila, un numero in graduale ma costante calo da anni.

Gli altri partiti, dalla Lega a Fratelli d’Italia, non diffondono dati sugli iscritti, ma probabilmente hanno una frazione di queste cifre. Forza nuova, CasaPound e gli altri movimenti neofascisti, hanno militanti o iscritti che si contano nell’ordine delle centinaia o poche migliaia.

Tempi diversi

Queste «affinità e divergenze» tra la nostra epoca e quello che accade un secolo fa sono ben conosciute e discusse dagli storici. Del legame tra le crescenti rivendicazioni dei lavoratori e l’utilizzo di squadracce fasciste da parte dei proprietari agrari e degli industriali per contrastarli si è occupata una recente ricerca (a firma degli economisti Daron Acemoglu, Giuseppe De Feo, Giacomo De Luca e Gianluca Russo) in cui si evidenza fra le altre cose come le violenze fasciste fossero particolarmente forti proprio dove la minaccia socialista era percepita come imminente.

Oggi è abbastanza chiaro che non esistono minacce altrettanto serie al nostro ordine sociale. Lavoratori e sindacati non sono più percepiti come la minaccia alla buona società che si pensava un tempo.

Ma c’è un’altra grande differenza ancora tra la nostra epoca e quella di Mussolini.

Negli anni Venti, in Italia c’era una massa enorme di giovani, sei milioni dei quali avevano partecipato alla guerra. Nel 1921, quasi il 60 per cento della popolazione aveva meno di 20 anni e il gruppo più numeroso era quello dei teenager. Insomma, l’Italia era un paese giovane, in cui era facile proporre azioni radicali e violente, di solito più nelle corde dei giovani, soprattutto se maschi, che in quelle degli anziani.

Nell’Italia di oggi, invece, i minori di 30 anni sono meno del 30 per cento della popolazione e la coorte d’età più numerosa è quella dei 40enni. Difficilmente il nostro si può considerare un paese pronto a un’ondata di politica radicale.

Nonostante gli inquietanti paralleli e il timore di un ripetersi della storia, che scocca inevitabile all’ora degli anniversari più infausti, difficilmente rivedremo qualcosa di simile a quello che toccò cento anni fa al nostro paese.

Questo però non significa che i risultati in termini di libertà, equità e diritti raggiunti dalle nostre moderne democrazia sono per sempre garantiti. Come storici e scienziati politici non mancano di ricordare, il fallimento è sempre dietro l’angolo. Ma se arriverà, lo farà in un modo nuovo e originale. Non si ripresenterà nello stesso modo di un passato troppo diverso dal nostro presente.

 

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