Berlino 2006 fu molto più di un Mondiale vinto: l'ultima festa collettiva di un paese ancora senza smartphone e l'ultimo apice di un calcio che produceva talenti ovunque. Vent'anni dopo, tra province svuotate e campioni emigrati, quella notte appare come l'inizio di un lungo declino
La vittoria più abbacinante contiene il seme della sconfitta più orrorosa. Nessuna legge trova un’applicazione più frequente. Soprattutto nel mondo del calcio. L’Italia è passata dal centro alla periferia del pallone senza neanche rendersene conto. Il 9 luglio di 20 anni fa Fabio Cannavaro alzava al cielo di Berlino la Coppa del Mondo. Un successo insperato che è stato tante cose insieme. Inizio e fine, sogno e rimpianto, incantesimo e maledizione. Ma è stata soprattutto l’ultima notte analogica della penisola.
Una notte segnalibro
L’iPhone non è ancora stato presentato. Facebook non si è ancora appropriato del tempo libero dei suoi utenti. I maxischermi spuntano ovunque. Da Aosta fino a Palermo. È un modo per spezzettare in parti non uguali una gioia o un dolore che sarebbero stati troppo grandi da maneggiare nei propri salotti. Quella «sera è morto il vecchio televisore, quello quadrato, con gli angoli arrotondati» scriverà Aldo Grasso. Ed è vero. La finale contro la Francia diventa rito comunitario, messa laica. La vittoria ai rigori un orgasmo collettivo. Per l’ultima volta chi guarda la partita fa quello e basta. Senza interruzioni, stati da aggiornare, foto da postare.
Un elemento che ha finito per soffiare una polverina magica sull’intero evento. Fino ad ammantarlo di una sconfinata nostalgia. Quella notte è diventata un segnalibro nel romanzo della vita delle persone. Chi l’ha vissuta si ricorda tutto alla perfezione: dov’era, con chi era, cosa ha pensato. È qualcosa che succede con ogni evento che ha cambiato la storia, che ha riscritto le sorti di un popolo. Per molti anni (fino almeno all’Europeo) è stata l’ultima notte felice degli italiani. Qualcosa che sembra irripetibile.
Da quel 9 luglio 2006 l’Italia è cambiata tanto quanto il suo calcio. Quella spedizione azzurra non era baciata dal talento come quella che l’aveva preceduta naufragando tra Giappone e Corea. Ma, a rivederla oggi, racconta ciò che ha perso il movimento tricolore. Era l’Italia del blocco Juventus (Buffon, Cannavaro, Zambrotta, Del Piero, Camoranesi, tutti agli ordini di Lippi). Serie A e Nazionale erano vasi comunicanti, circuiti che condividevano il talento. Ora le cose sono cambiate.
Provincia svuotata
L’affanno dei club si rispecchia nell’azzurro. Nella disfatta dell’Italia contro la Bosnia, era titolare un solo juventino: Locatelli. E Gatti era entrato dalla panchina. Il vero blocco veniva dall’Inter: Dimarco, Bastoni (espulso) e Barella. Più Frattesi (che a Milano vive stagioni da comprimario) e Pio Esposito. Troppo poco per puntare in alto. Si è perso il talento, è vero, ma si è persa anche la sua distribuzione geografica. Molti di quei campioni del Mondo giocavano nella provincia: Livorno (Amelia), Fiorentina (Toni), Udinese (Iaquinta), ma soprattutto Palermo. I rosanero, promossi in A due anni prima, avevano centrato due volte di fila la qualificazione in Uefa. Consegnando all’Italia Zaccardo, Barzagli, Grosso (autentica icona del Mondiale).
Ora le cose sono cambiate. La provincia si è svuotata. Quantitativamente. Qualitativamente. Il Como, l’espressione più dinamica e patinata del calcio tricolore, non ha prodotto ancora un calciatore buono per la nazionale. In attacco contro la Bosnia giocava Moise Kean, dopo un’annata straziante con la Fiorentina. Per il resto solo Marco Palestra veniva da un club non di prima fascia. Una conseguenza di quanto successo poco prima di quel Mondiale, con la diaspora provocata dalla retrocessione della Juventus. E senza i bianconeri a lottare per il titolo servivano meno investimenti, meno sforzi per raggiungere i propri obiettivi. Il divario tra le big e le altre si è accentuato. Fino a quando, mentre attori dalle ricchezze pressoché infinite spostavano altrove il baricentro del calcio globale, siamo arrivati a un ribaltamento culturale.
I calciatori italiani avevano sempre guardato con sospetto all’idea di lasciare la Serie A. Ora invece abbandonare il campionato di casa significa andare a giocare in campionati più difficili, con ritmi più alti, con più soldi in ballo. I migliori se ne sono andati (Sandro Tonali, Gigio Donnarumma, ora Palestra). I nostri club hanno iniziato a cedere allettati dai petrodollari per poi accontentarsi di cavalli di ritorno, di usato sicuro o presunto tale.
Per capire il quadro di insieme ci è voluto tanto, forse troppo. E intanto la situazione era diventata irreversibile, la Nazionale invisibile. Così, nell’era degli smartphone, almeno due generazioni di italiani hanno iniziato a domandarsi se avrebbero mai vissuto una gioia simile a quella dell’ultima notte analogica.
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