Samuel Fabbri, bolognese, ex pugile, si è trasferito ad Avana oltre vent’anni fa dove ha fondato il Gimnasio de Boxeo Centro Habana. La palestra accoglie bambini e adolescenti, offre una struttura quotidiana, regole e alternative per chi non vuole abbandonare l’Isola. Il documentario di Cristiano Regina segue da vicino allenamenti, relazioni, momenti familiari. Sullo sfondo la politica internazionale, l’embargo e una Cuba lontana dall’immaginario turistico
Una sera, durante un allenamento, la corrente è saltata e non è più tornata per ore. Niente ventilatori, niente musica, solo il rumore dei guantoni sul sacco e il respiro dei ragazzi. L’allenatore ha detto di continuare. Hanno continuato. In quella palestra di Centro Habana allenarsi al buio non è un’eccezione, è una possibilità concreta. Ed è da qui che si capisce cosa significa crescere oggi a Cuba: adattarsi, restare concentrati, fare i conti con un contesto che cambia senza preavviso.
Il Gimnasio de Boxeo Centro Habana esiste da oltre vent’anni. L’ha fondato Samuel Fabbri, bolognese, ex pugile, trasferitosi all’Avana non per fare carriera sportiva, ma per lavorare sul sociale. La palestra accoglie bambini e adolescenti del quartiere, offre una struttura quotidiana, un luogo stabile, una relazione adulta che altrove spesso manca.
Non è un centro miracoloso. È uno spazio che tiene insieme disciplina e fragilità. Qui si allenano Haiffer e Adrialis, caratteri diversi, stessa pressione addosso: famiglie in difficoltà, aspettative, tentazione di lasciare tutto. Il lavoro quotidiano è fatto di esercizi ripetuti, regole, presenza. Un metodo che prova a costruire continuità in un ambiente segnato dall’incertezza.
Tra il 2021 e il 2025 circa un milione di cubani ha lasciato l’isola. È il dato più alto dagli anni della rivoluzione. Le ragioni sono stratificate: embargo statunitense irrigidito, crisi economica interna, inflazione, scarsità di beni, blackout frequenti.
Per chi ha 15 o 18 anni la questione è diretta: restare e accettare limiti concreti oppure partire senza garanzie. Non è una scelta politica, è una scelta di vita. Nelle conversazioni tra ragazzi, nelle famiglie, negli spogliatoi, questo tema è costante. La palestra diventa uno dei luoghi in cui questa decisione prende forma, senza semplificazioni.
Disciplina e continuità
La boxe, in questo contesto, serve a costruire metodo: orari, regole, responsabilità. Riduce il tempo vuoto, crea appartenenza. Non risolve tutto. Il rischio di abbandono, le difficoltà economiche, la prospettiva dell’emigrazione restano.
Samuel Fabbri insiste su un punto: dare continuità. Tenere i ragazzi dentro un percorso. È un lavoro quotidiano, senza risultati immediati. Alcuni restano, altri se ne vanno. Anche questo fa parte della realtà. Il valore non sta nella promessa di successo, ma nella possibilità di costruire un’alternativa, anche parziale.
L’Avana che emerge da questa storia è lontana dall’immagine turistica. Quartieri densi, servizi intermittenti, famiglie che tengono insieme più lavori, reti informali che suppliscono alle mancanze. La palestra riflette questo equilibrio precario: resiste, ma dipende dal contesto.
La dimensione geopolitica resta sullo sfondo ma incide su tutto. Le tensioni con gli Stati Uniti, le difficoltà di accesso alle risorse, la fragilità del sistema economico si traducono in condizioni concrete: meno opportunità, più pressione sociale, più incertezza.
Il doc
Da questa storia nasce A Tu Lado, documentario di Cristiano Regina. La regia evita costruzioni didascaliche e segue da vicino allenamenti, relazioni, momenti familiari. I protagonisti partecipano al racconto attraverso un lavoro di autonarrazione, che riduce la distanza tra chi filma e chi è filmato.
La fotografia di Lorenzo Casadio Vannucci privilegia luce naturale e ambienti reali; il montaggio di Corrado Iuvara mantiene una linea essenziale; la colonna sonora accompagna senza guidare. Il film non offre soluzioni né messaggi chiusi. Tiene insieme sport, educazione e contesto economico, lasciando emergere le contraddizioni senza forzarle.
L’uscita nelle sale è accompagnata da incontri con autori e ospiti e da iniziative che coinvolgono palestre e associazioni sportive. L’obiettivo è intercettare un pubblico più ampio rispetto al circuito tradizionale del documentario e attivare contesti coerenti con i temi del film.
È una scelta che rafforza il progetto: la visione diventa occasione di confronto e restituzione, non solo consumo culturale.
Quando la luce torna, il sacco è ancora in movimento e i ragazzi sono ancora lì. Non è cambiato il paese, non è cambiata la loro condizione. È cambiata, forse, solo la misura del tempo: quello che hanno deciso di non perdere.
A Tu Lado si ferma su questo punto preciso, dove la realtà non concede soluzioni ma chiede resistenza. E lascia un dubbio che resta addosso: se partire sia l’unico modo per salvarsi, o se restare, continuare ad allenarsi anche al buio, sia già una forma diversa di futuro, di resistenza e di rivoluzione.
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