Dopo 14 anni, la campionessa blaugrana ha giocato la sua ultima partita al Camp Nou. Una carriera rivoluzionaria, di una bambina catalana destinata al successo, che ha conquistato la città e i suoi tifosi, tra trofei, palloni d’oro e cadute, come in una tragedia greca o shakespeariana
«Una storia perfetta», questa l’ermetica didascalia sotto un video di cinque minuti e mezzo postato sul suo profilo Instagram. Così Alexia Putellas ha annunciato il suo addio ufficiale al Barcellona dopo 14 anni, 507 presenze, 38 trofei, 232 gol e due palloni d’oro.
La notizia era nell’aria già da tempo: durante la semifinale di ritorno di Women’s Champions League contro il Bayern Monaco - in cui ha realizzato una doppietta - le sue lacrime nel passaggio della fascia a Patri Guijarro avevano parlato abbastanza chiaro. Eppure, venti giorni dopo, i tifosi e le tifose, raccolti sull’Avinguda Maria Cristina per festeggiare la quarta Champions, le cantavano all’unisono «Resta. Resta. Resta».
Sembrava di stare al Camp Nou, dove la tifoseria, quando lei saluta con l’inchino, le intona il coro «Alexia, Alexia, Alexia» con la stessa metrica e lo stesso ritmo dell’iconico «Messi, Messi, Messi», come una garanzia di qualità. Alexia oggi è una delle sportive europee più influenti della storia, la personificazione del ‘‘cambio’’ - in italiano diremmo rivoluzione - come recitava la didascalia di una famosa foto di ragazzini che indossano la sua maglia; circa trent’anni fa era solo una bambina di Mollet del Vallès che andava a vedere i blaugrana prendendo il pullman con la famiglia. La sua storia, secondo la piramide di Freytag, è veramente perfetta.
Come un’opera teatrale
Gustav Freytag è stato uno scrittore tedesco che nell’800 ha formalizzato la struttura delle storie individuando cinque momenti ricorrenti dopo aver analizzato opere teatrali, dalla Grecia classica a Shakespeare.
L’esposizione: la fotografia di una bambina della provincia catalana, a un’ora di macchina da Barcellona, che prende a calci la palla ogni volta che può e mente di un anno sulla sua età per giocare nella prima squadra femminile disponibile.
L’azione ascendente: pochi giorni prima di arrivare al Barcellona, nel 2012, perde prematuramente suo papà, appassionato tifoso culé che avrebbe voluto vederla in prima squadra. Nella stagione d’esordio vince già due titoli nazionali e da lì i suoi gol, molto spesso, vengono festeggiati con le mani verso il cielo.
Climax: cresce passo passo insieme al Barcellona. Le sue intuizioni, il suo carisma e la sua tecnica la portano alla prima finale di Champions, nel 2019, persa contro il Lione. Poi arriva la seconda, due anni dopo, vinta 4-0 contro il Chelsea di Emma Hayes; la stessa Emma Hayes che nel 2011 scriveva su Twitter: «Really impressed by Putellas Segura from Spain. Watch out 4 her she is excellent».
Vincerà il pallone d’oro nelle stagioni 2021 e 2022 e la sua sarà la prima immagine di una donna proiettata sul Burj Khalifa di Dubai. Arriva poi la finale di Torino, c’è ancora il Lione. Alexia segna, è capocannoniera della competizione, ma la squadra perde 3-1. Dopo quella gara Putellas chiede all'allenatore, Jonatan Giráldez, di studiare Amandine Henry, autrice di un gol da cineteca, per migliorare come centrocampista.
Un paio di mesi dopo c’è l’Europeo, ma Alexia non lo gioca perché si rompe il crociato in allenamento il giorno prima della partita inaugurale. Riesce a tornare in campo l’anno successivo e non disputa che circa dieci minuti della finale di Champions rimontata contro il Wolfsburg. Sono i momenti più difficili della sua carriera. A tal proposito è stata girata Alexia: Labor Omnia Vincit, una docu-serie in tre episodi che racconta la sua vita durante l’infortunio.
L’impresa prima dell’addio alle blaugrana
Azione decrescente: nell’estate del 2023 vince il mondiale, quello segnato dal bacio non consensuale dell’ex presidente della Federcalcio spagnola a Jenni Hermoso. Insieme alle sue compagne si schiera dalla parte di Jenni, è uno dei volti più noti del #SeAcabó, un’ondata di protesta internazionale, un #MeToo sportivo. Con il Barcellona torna in finale di Champions a Bilbao, nel 2024 e, da subentrata, nei minuti finali realizza, ancora contro il Lione, un gol storico: il simbolo della sua rinascita.
Nello stesso anno fonda Fundación Eleven, un’organizzazione che si impegna a garantire alle bambine in contesti a rischio di esclusione sociale l'opportunità di scoprire il calcio come strumento di crescita personale oltre che come sport.
Risoluzione: nella stagione 2025/2026 vive una seconda giovinezza. Gioca 43 partite, segna 21 gol, realizza 13 assist - l’ultimo per Bonmati mercoledì scorso – vince ogni trofeo e si laurea miglior giocatrice della Champions League vinta contro il Lione, allenato da Giráldez, dopo aver messo il piede su un tiro di Hegerberg. Lascia il Barcellona al suo meglio, come ammette di aver voluto fare. Saluta in una commovente cerimonia al Camp Nou circondata da compagne, staff, famiglia, amicizie e una formazione di trofei con cui fotografarsi.
La prossima cerimonia per la consegna del pallone d’oro si terrà per la prima volta a Londra. Per quel che si vocifera Alexia, a quel punto, potrebbe trovarsi già in Inghilterra, nel Kent. Sarebbe nel posto giusto al momento giusto, ma occhio a Ewa Pajor.
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