La tv di stato di Teheran aveva invocato per loro una severa punizione dopo il loro rifiuto di cantare l’inno nazionale prima del match di Coppa d’Asia dello scorso 2 marzo. Con l’eliminazione della squadra dal torneo, è iniziata una mobilitazione per difenderle ed evitare il loro rientro in patria. A nulla è servito il parziale dietrofront nel match successivo, quando avevano fatto anche il saluto militare
Sette calciatrici della nazionale iraniana hanno ottenuto l’asilo politico in Australia, dove la loro squadra stava disputando la Coppa d’Asia femminile. Ad annunciarlo è stato Tony Burke, il ministro dell’Interno del governo australiano, che ha incontrato personalmente le giocatrici lunedì. Si tratta di Fatemeh Pasandideh, Zahra Ghanbari, Zahra Sarbali, Atefeh Ramazanzadeh e Mona Hamoudi, di età compresa tra i 21 e i 34 anni, a cui in seguito si sono aggiunte la 21enne Mohadese Zolfi e la 24enne Golnoosh Khosravi, oltre a una componente dello staff tecnico.
Il loro caso aveva fatto molto discutere a livello internazionale nella scorsa settimana, sullo sfondo dei bombardamenti statunitensi e israeliani sull’Iran, nei quali era stata anche colpita una scuola elementare, causando 175 morti, molte delle quali studentesse.
I fatti
Lunedì 2 marzo, l’Iran femminile aveva debuttato in Coppa d’Asia contro la Corea del Sud, e le giocatrici erano tutte rimaste in silenzio durante l’inno nazionale. All’estero, il loro gesto era stato paragonato a quello identico della nazionale maschile ai Mondiali 2022 in Qatar, che era stato un segno di protesta per la repressione delle manifestazioni antigovernative in patria.
Sulla televisione di stato iraniana, il conduttore Mohammadreza Shahbazi aveva accusato le calciatrici di essere delle «traditrici» per il loro silenzio, e aveva invocato una severa punizione al loro ritorno in patria. Così, nella partita successiva contro l’Australia le atlete avevano cantato l’inno e fatto anche il saluto militare, ma erano nate delle polemiche sul fatto che fossero state costrette. Il pubblico di Gold Coast, in cui erano presenti molti immigrati iraniani, aveva fischiato l’inno e fatto cori che dicevano «Salvate le nostre ragazze».
La solidarietà con le giocatrici iraniane è stata subito molto forte, in Australia. Già prima della partita, aveva colpito molto la reazione dell’attaccante Sara Didar, che aveva abbandonato la conferenza stampa trattenendo a stento le lacrime, dopo aver risposto a una domanda sulla preoccupazione per le famiglie rimaste a casa. La giocatrice australiana Ellie Carpenter aveva espresso la propria vicinanza alle colleghe pubblicando una foto sui social accanto alla bandiera dell’Iran, prima di scendere in campo per la partita. Anche Sam Kerr, stella dell’Australia, aveva parlato pubblicamente in supporto delle avversarie.
L’8 marzo, perdendo contro le Filippine, la selezione di Teheran è stata eliminata dalla competizione, dovendo quindi rientrare in patria. Subito, le attiviste e gli attivisti per i diritti umani in Australia hanno iniziato a chiedere al governo di proteggere le atlete.
La mobilitazione
Già due giorni prima, la sezione Asia e Oceania di FIFPro, il sindacato dei calciatori e delle calciatrici, aveva chiesto alla Fifa e alla confederazione asiatica Afc di garantire la sicurezza delle iraniane. Il caso ha raggiunto ulteriore notorietà quando sui social sono stati diffusi dei video in cui si vedevano almeno tre calciatrici sull’autobus della squadra rivolgere all’esterno il gesto internazionale della richiesta d’aiuto.
Rapidamente, il governo australiano e la Fifa si sono attivate per studiare le possibili soluzioni al problema, e poche ore dopo la fine della partita contro le Filippine è stato reso noto che cinque giocatrici dell’Iran avevano disertato la cena della squadra e si erano presentate dalla polizia per chiedere asilo politico. Non si tratta di una situazione del tutto nuovo per le autorità australiane, che ospitano già buona parte della nazionale di calcio femminile dell’Afghanistan, in esilio dal 2021.
Quello delle giocatrici iraniane è però diventato anche un caso politico. Prima è stato Reza Pahlavi a esporsi sui social per chiedere l’intervento del governo dell’Australia, nell’ennesimo tentativo di imporsi come principale alternativa politica agli ayatollah, in quanto erede della dinastia che ha governato l’Iran dal 1925 alla rivoluzione del 1979.
Poi è toccato a Donald Trump, che ha definito «un terribile errore umanitario» la decisione di consentire alla squadra di tornare in patria. Le parole del presidente statunitense sono sembrate più un attacco al governo laburista australiano che un sincero interesse per la sorte delle atlete: solo lo scorso gennaio, l’amministrazione Trump aveva deportato in Iran diversi immigrati, nonostante il massacro dei dissidenti politici fosse tema di dibattito internazionale proprio in quei giorni.
L’Australia ha offerto asilo e assistenza a tutta la squadra, ma le altre 19 componenti della selezione hanno infine lasciato Sydney per tornare in Iran, assieme al resto della delegazione. Alcune testimonianze della comunità iraniana in Australia hanno denunciato che la giocatrice Afsaneh Chatrenoor sarebbe stata costretta a forza a salire sull’autobus diretto all’aeroporto, mentre altri attivisti hanno cercato di impedire al mezzo di lasciare l’hotel.
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