Il caso Niang è l’ultimo in ordine di tempo: le università americane ci scippano i migliori giovani talenti con contratti milionari e impareggiabili. Nessuno sembra avere una soluzione per mantenere il livello del campionato e della Nazionale: la Lega basket vuole uno straniero in più nei roster, la Federazione e il sindacato dei giocatori si oppongono. Il parallelismo inevitabile con il calcio
Il 12 maggio la Lega basket ha convocato un'assemblea straordinaria per discutere di un problema che fino a pochi mesi fa sembrava secondario e che adesso è diventato urgente: i club si ritrovano senza abbastanza giocatori italiani giovani da mettere a roster. La soluzione proposta era semplice: aggiungere uno straniero, passare dall'attuale formula del sei più sei a un sette più cinque. La proposta, però, ha scatenato uno scontro istituzionale che coinvolge la Federazione, il sindacato dei giocatori e i club.
La Fip ha detto no. La Giba, il sindacato dei cestisti, ha scritto una lettera al numero uno del basket italiano Gianni Petrucci agitando lo spauracchio del calcio. L'assemblea si è chiusa con un nulla di fatto per la prossima stagione e un mandato al presidente Maurizio Gherardini di aprire un tavolo di confronto entro fine 2026 per cambiare le regole dal 2027/28. Tutti hanno alzato la voce, ma nessuno sembra avere pronta una soluzione.
Fuga dalla Serie A
Il problema è che una ventina di giocatori, tra i migliori del giro azzurro, nati tra il 2002 e il 2007, la prossima stagione non giocheranno in Serie A ma nei college americani. Il motivo è brutale nella sua semplicità: le università americane mettono sul piatto ingaggi che le società europee non possono permettersi.
Il caso più clamoroso è quello di Saliou Niang, ala della Virtus Bologna e miglior under 22 della Serie A, che a fine stagione ha firmato con la Louisiana State University un accordo NIL da 7 milioni di dollari lordi. Il buyout pagato alla Virtus per liberarsi dal contratto: 500mila dollari. Briciole. Per contestualizzare: i due giocatori più pagati dell'Eurolega in questa stagione, Vasilije Micic e Kendrick Nunn, portano a casa rispettivamente 5,6 e 5,3 milioni di dollari netti.
Il sistema dei NIL, acronimo di Name, image and likeness, cioè gli accordi commerciali che dal 2021 le università americane possono stipulare direttamente con gli atleti, ha cambiato le regole del gioco in modo che le federazioni europee non hanno ancora capito come fronteggiare. Per un ventenne con talento, ma poche possibilità di monetizzare nel breve periodo, la scelta è razionalmente obbligata.
Niang non è solo. Tra chi partirà per l'America ci sono, tra gli altri, David Torresani, Luca Vincini, Elisee Assui e Quinn Ellis, oltre a Leonardo Marangon che arriva dalla Serie A2. Una generazione intera che sparisce per almeno due anni, perché questo è il tempo che mediamente i giocatori trascorrono al college, e che tornerà, forse, con un profilo diverso e aspettative economiche che il mercato italiano faticherà a soddisfare.
Parallelismi
Davanti a questo scenario, il dibattito aperto in Italia nelle ultime settimane suona quasi paradossale. Da una parte la Lega, che chiede uno straniero in più per tappare i buchi lasciati dagli italiani che se ne vanno. Dall'altra la Fip e il sindacato dei giocatori, che resistono in nome della Nazionale e del legame tra il campionato e il pubblico. «Un campionato senza identità nazionale rischia di perdere il legame con i territori e con le nuove generazioni», ha scritto la Giba. Il riferimento al calcio è esplicito: mentre il basket vuole più stranieri, il calcio sta discutendo di andare nella direzione opposta, dopo anni di risultati deludenti della Nazionale.
Il parallelismo è inevitabile, ma va maneggiato con cautela. Perché se è vero che entrambe le nazionali faticano, non è affatto detto che la causa sia la stessa, né che la cura proposta funzioni. Le norme che impongono quote di italiani nei roster esistono da decenni, sono cambiate più volte, e non hanno mai prodotto l'effetto promesso. La percentuale di impiego degli stranieri in Serie A è rimasta quasi sempre sopra il 70 per cento, con un picco nel 2016/17 quando agli italiani andò solo il 23 per cento del tempo in campo.
Le quote hanno creato un mercato di "panda": italiani strapagati non per valore tecnico ma per utilità nelle liste, merce pregiata soprattutto in Serie A2 indipendentemente dal rendimento. I talenti veri hanno trovato la strada altrove comunque: emblematico il caso di Luigi Suigo, che ha lasciato l'Olimpia Milano per il Mega Belgrado pur di giocare con continuità, o di Gabriele Procida e Matteo Spagnolo, cresciuti entrambi all'Alba Berlino perché in Italia lo spazio non c'era.
Il punto non è quanti stranieri ci sono nei roster, ma che il sistema su cui si reggeva l'equilibrio del basket europeo, fatto di stipendi competitivi e campionati di qualità come trampolino per la Nba, è stato scavalcato da un fenomeno che nessuna federazione europea aveva previsto potesse imporsi con questa velocità e questa portata. I NIL sono soldi immediati e garantiti, che arrivano prima ancora che un giocatore abbia dimostrato di essere un prospetto di altissimo livello.
Petrucci ha dichiarato che bisogna allargare lo sguardo e non limitarsi al numero di stranieri a roster. Una non-risposta che arriva mentre il dibattito sulle quote assomiglia ogni giorno di più a una scazzottata per decidere il numero di sedie sul Titanic.
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