Il Mondiale è durato il tempo di trovare un posto sul calendario. Poi India, Inghilterra e Australia hanno guardato gli anni che portano al 2031 e hanno deciso che quello spazio non c’era. Così il World club championship immaginato dall’International cricket council è rimasto sulla carta, fermato non da una votazione solenne o da una crisi finanziaria, ma dalla semplice constatazione che non lo volevano i Big Three, i tre paesi più potenti del cricket mondiale.

La definizione, però, racconta solo parte della storia: quando tre federazioni riescono a bloccare un progetto dell’organismo che dovrebbe governarle, il problema non è più il calendario, ma capire dove stia davvero il potere.

Il tema dei diritti tv

La decisione è maturata dopo mesi di discussioni. L’Icc aveva messo sul tavolo un World club championship e nuovi tornei T20 a quattro squadre, alla ricerca di competizioni capaci di ampliare il prodotto e generare nuovi ricavi. Il Future tours programme 2027-2031 resterà simile all’attuale. Per India, Inghilterra e Australia il calendario è già saturo e nuovi eventi sarebbero possibili solo eliminandone altri. Il risultato è semplice: l’espansione può aspettare.

Dietro il problema del calendario c’è però quello del denaro. E dietro i Big Three ce n’è uno molto più big degli altri. Secondo il Guardian, l’India genera circa il 70 per cento dei ricavi globali del cricket. Il contratto per i diritti Icc sul mercato indiano nel quadriennio 2024-2027 è stato acquistato da Disney Star per 3,1 miliardi di dollari, a fronte di circa 3,5 miliardi di ricavi broadcast globali dell’organizzazione. Disney Star si è poi fusa con Viacom18 dando vita a JioStar, riducendo la concorrenza sul mercato che sostiene gran parte dell’economia del cricket mondiale. L’Icc e JioStar hanno confermato nel dicembre 2025 che l’accordo resta in vigore.

È proprio la prospettiva di una futura contrazione dei diritti tv ad avere spinto l’Icc a interrogarsi su nuovi prodotti. Una revisione strategica affidata a McKinsey ha accompagnato la ricerca di competizioni aggiuntive. Il Mondiale per club avrebbe messo di fronte le migliori franchigie dei campionati T20. Ma ciò che per l’Icc è nuovo inventario commerciale, per le federazioni più potenti significa occupare altre settimane di un calendario dal quale ricavano già molto.

Due idee di globalizzazione

È qui che il cricket racconta qualcosa che riguarda tutto lo sport contemporaneo. Una federazione internazionale può avere statuti, tornei e 110 membri, ma la sua sovranità economica finisce dove comincia quella dei mercati indispensabili. India, Inghilterra e Australia hanno già programmato fra loro una parte importante degli impegni fino al 2031. Le Ashes conservano un valore storico e commerciale enorme; le serie tra India e Inghilterra sono prodotti televisivi di prima fascia; l’Indian Premier League ha trasformato il T20 in una delle grandi industrie dell’intrattenimento sportivo. Inserire un nuovo torneo significa quindi chiedere ai soggetti più forti di cedere spazio a una competizione controllata dall’Icc.

Il conflitto non è solo tra conservazione e innovazione. È tra due idee di globalizzazione. L’Icc deve allargare il gioco, dare opportunità ai mercati minori e costruire ricavi meno vulnerabili alla dipendenza indiana. I Big Three hanno interesse a proteggere ciò che già funziona. Il paradosso è che più il cricket diventa globale, più il suo centro economico si restringe. Lo stesso organismo che rappresenta federazioni sparse in ogni continente dipende in misura decisiva dall’audience di un paese. Ed è in quella distanza fra rappresentanza e ricchezza che si misura il potere reale.

L’asimmetria emerge anche nel Test cricket: le grandi serie restano sostenibili nei mercati principali, mentre altrove perfino organizzare incontri lunghi può diventare oneroso. L’ipotesi di allargare il World Test Championship ad Afghanistan, Irlanda e Zimbabwe è infatti una delle poche modifiche ancora sul tavolo.

Il Mondiale per club mancato diventa così una piccola lezione sul governo dello sport. Il potere non coincide necessariamente con l’istituzione che possiede il logo più importante o assegna il titolo mondiale. Appartiene spesso a chi controlla pubblico, televisioni, sponsor e calendario. Nel calcio Fifa e Uefa hanno costruito competizioni sempre più grandi perché i club, pur potentissimi, non sono riusciti a sottrarsi completamente alle istituzioni. Nel cricket il rapporto appare diverso: quando i mercati dominanti chiudono una finestra, l’organismo mondiale deve fermarsi sulla soglia.

Forse il World club championship nascerà dopo il 2031. Forse allora il calendario avrà trovato spazio o il denaro avrà reso inevitabile ciò che oggi appare superfluo. Ma la storia è già stata scritta. Uno sport praticato e seguito in mezzo mondo voleva creare un nuovo Mondiale. Tre paesi hanno risposto di no. E il mondo, almeno per ora, aspetterà.

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