Mentre a Mumbai il sole cala sopra il Wankhede Stadium e migliaia di cappellini nepalesi colorano gli spalti, un piccolo gruppo in maglia azzurra festeggia incredulo. L'Italia del cricket ha appena firmato la prima vittoria della sua storia a un Mondiale, alla sua prima partecipazione in assoluto.

A cadere è il temutissimo Nepal, in un torneo che in India è molto più di una competizione sportiva: è una religione laica capace di incollare davanti allo schermo quasi 80 milioni di appassionati dall'Asia all'Australia, dal Sudafrica al Canada, passando per quel curioso agglomerato chiamato Indie Occidentali, fino alla Scozia.

Vittoria e tensioni

Eppure questo è anche un Mondiale segnato dalle tensioni geopolitiche che attraversano il pianeta. L'India padrona di casa è finita al centro di polemiche con i suoi due vicini-nemici: il Bangladesh, che ha scelto di non partecipare ritenendo i propri giocatori a rischio, e il Pakistan la cui guerra di confine lo scorso aprile è stata ragione sufficiente per spostare la sfida tra Delhi e Islamabad nella più neutrale Sri Lanka.

È anche per questo che la vittoria italiana assume un valore simbolico. Nello stadio a sud della città, migliaia di tifosi nepalesi erano certi del successo, tanto da salutare gli scarsi tifosi italiani con tanta curiosità e limitata aspettativa.

Questa Nazionale – una storia che Netflix sarà tentata di raccontare – è nata grazie agli sforzi di ragazzi di seconda generazione, nuovi italiani come Jaspreet Singh, Zain Ali, Syed Zain Naqvi, Ali Hasan e Crishan Kalugamage.

Giocano in club dai nomi poco noti ai più – Bergamo Cricket Club, Cividate Cricket Club, Fresh Tropical, Jinnah Brescia e Roma Cricket Club – e di giorno fanno i pizzaioli, i programmatori, i corrieri, gli autisti, gli operai in aziende chimiche. Dopo turni di lavoro lunghissimi corrono ad allenarsi su campi che, a voler essere generosi, sono l'ombra del gigantesco stadio di Mumbai dove si sono ritrovati a vincere. Per molti di loro, oggi, il lavoro non c'è più: nessun permesso, nessuna deroga concessa, nemmeno di fronte all'unicità dell'impresa. «Dopo tanti sacrifici, ce lo meritavamo», sospira Zain Ali.

Gli oriundi

La squadra comprende anche oriundi australiani, inglesi e sudafricani con nonni italiani: dai tempi di Benito Giordano, inglese di nascita e tra le stelle della storia del cricket italiano degli anni Novanta, questo sport si è aperto alle contaminazioni. Oltre vent'anni fa la Federazione Cricket Italiana, poi, ha introdotto quello che poi avremmo imparato a chiamare ius soli sportivo, con tre anni di residenza in Italia sufficienti per vestire la maglia azzurra.

Il risultato si osserva nel dopo partita, in uno dei pub più famosi della megalopoli indiana, quando la tensione si scioglie e gli avventori osservano incuriositi un tavolo eterogeneo e rumoroso. «Se non fossimo stati davvero uniti, non saremmo arrivati ​​qui», precisa Singh, italiano di genitori indiani. «In questa squadra le nostre origini sono India, Pakistan, Sri Lanka, Australia, Sudafrica, Inghilterra. La nostra maglia è azzurra, giochiamo per l'Italia: in campo ci sentiamo tutti uguali».

Gian Piero Meade, detto JP, ha radici sudafricane e in campo è il wicket-keeper, il difensore: «Questa è la storia dell'Italia, c'è chi vi abita, parla dialetto e ha famiglie che vengono da Pakistan, Sri Lanka e India. E c'è chi è legato all'Italia tramite una famiglia che è emigrata. Speriamo che il nostro gioco, renda più facile comprenderlo. Che il movimento del cricket in Italia cresce con noi e grazie a noi».

Tra Dubai e Sri Lanka

Record nel record, l'Italia si è schierato due coppie di fratelli: Harry e Ben Manenti, insieme a Anthony e Justin Mosca, tutti d'origine australiana. Questi ultimi hanno stabilito un nuovo primato mondiale (il precedente resisteva da dodici anni) per il maggior numero di punti segnati in coppia.

Dietro il risultato c'è un lavoro meticoloso. Per mesi la squadra si è allenata tra Sri Lanka e Dubai, su infrastrutture paragonabili a quelle del Mondiale. «La Federazione ha sostenuto anche economicamente chi, per allenarsi così a lungo fuori dall'Italia, ha dovuto scegliere tra il gioco e il lavoro», spiega Hasan Ali. «Speriamo che la nostra impresa porti maggiori investimenti in questo sport. Con strutture adeguate in Italia, tanti sacrifici sarebbero stati più sostenibili».

Migliore in campo, in uno sport in cui la statistica è tutto, è stato Crishan Kalugamage: «Il Nepal è una squadra forte, ha quasi sconfitto l'Inghilterra in una partita durissima. Il risultato dimostra che non siamo qui per sfidare la sorte, ma perché meritiamo di esserci». Syed Zain Naqvi lo ascolta, riflette un istante e annuisce: «L'obiettivo era uno solo: vincere. Per noi non c'è un'alternativa. Non possiamo tornare indietro, non possiamo ripartire da zero. In campo faremo di tutto per dimostrarlo». Prossimo appuntamento, lunedì 16 contro la temuta Inghilterra.

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