Lo scorso giugno Curaçao è finito sulle mappe calcistiche grazie alla sua prima partecipazione ai Mondiali di calcio. Un torneo affrontato in maniera dignitosa, considerate le dimensioni del movimento. C’è però un ambito sportivo, legato soprattutto al mondo del pallone, nel quale l’isola riesce a fare la voce grossa: il mercato delle scommesse illegali. Per il gioco d'azzardo offshore, Curaçao rappresenta ciò che Panama o le Cayman sono per il regime fiscale: un paradiso, specialmente per chi opera lontano dalle regole convenzionali.

La crescita esponenziale di server farm e uffici virtuali nella capitale Willemstad e dintorni viaggia verso una sola direzione: data center per le scommesse offshore. Scoperchiato il vaso di Pandora delle oltre 600 licenze attive presso la Curaçao Gaming Authority, si può trovare di tutto: sfruttamento minorile, prostituzione, finanziatori dell’invasione russa in Ucraina. Se poi a Curaçao aggiungessimo materiale dello stesso tipo proveniente dalle Seychelles o dalle Comore, riempiremmo un libro.

Maglie larghe

Restiamo però nei Caraibi. Fino al 2024, la normativa del paese in materia di gioco d'azzardo si riduceva a sole 260 parole. Le pressioni internazionali derivanti da quello che è stato un autentico assalto all’isola si sono concretizzate in un pacchetto di riforme denominato National ordinance on games of chance. Tra le nuove regole, c’è l’obbligo della conservazione dei registri digitali contenenti informazioni critiche (come lo storico delle giocate e delle transazioni finanziarie dei giocatori) presso data center di livello Tier IV situati sull'isola.

Più difficile però è capire chi si celi dietro questi bookmaker e, di conseguenza, dove finisca il denaro. Sia il vecchio sistema che quello nuovo consentono infatti ai bookmaker di sfruttare il fiorente settore dei trust finanziari dell'isola come schermo per garantire il proprio anonimato, proteggendosi così dal controllo pubblico. Curaçao, infatti, possiede uno status particolare: pur essendo uno stato autonomo, il paese vanta legami storici e legislativi con il Regno dei Paesi Bassi, di cui è tuttora parte integrante, ed è quindi classificato come territorio d'oltremare associato all'Unione europea.

Curaçao è un’isola basata sulla doppia T: turismo e trust. Questi ultimi esistono fin dai tempi dell’invasione nazista in Olanda, quando aziende quali Philips, Unilever e Shell li crearono per mettere al sicuro i propri capitali, sottraendoli agli occupanti. Oggi i trust sono così radicati nell'economia locale che il console onorario della Danimarca per l'isola, Christie Geisler Hansen, è amministratore di uno di questi, la Odin Trust BV.

Chi c’è nei registri

Tra i propri clienti spicca Bizbon NV, società titolare della licenza di MostBet, attività di origine russa che nel 2022 ha ingaggiato Francesco Totti come brand ambassador. Come lui, anche tanti altri sportivi sono caduti nella rete, basti pensare al caso Pirlo-Fonbet. Oppure, per rimanere a Curaçao, a Adebayor, legato ad Africa 22bet, società affiliata a 1Xbet, pizzicata a proporre scommesse live streaming su partite di “short football” giocate da squadre fittizie, impiegando anche ragazzini di 14 anni di età, disputate oltretutto in paesi dell’Est Europa nei quali la società non possiede nemmeno la licenza.

Un altro nome poco edificante che compare sui registri dell’isola è quello di Dafabet, società già condannata per frode, nonché gestita, in una delle sue ultime reincarnazioni, da un gruppo che convoglia denaro verso la Russia mediante banche sanzionate per il loro finanziamento alla guerra in Ucraina. Dafabet sembra il vecchio videogioco Whac-A-Mole, dove si doveva colpire la talpa che sbucava da uno dei buchi sullo schermo: sul web, scompare e riappare di continuo.

Ma gli esempi si sprecano, e il tutto conduce all’elemento cardine del sistema offshore, ovvero i trust, strumento ideale per nascondere l'identità dei titolari effettivi che sostengono gli operatori di scommesse e per occultare i pagamenti avvalendosi di società di servizi aziendali. Sebbene le società con sede a Curaçao siano legalmente tenute ad avere conti bancari in loco, le società di gestione dei trust aggirano i controlli instradando le operazioni attraverso fornitori terzi di servizi aziendali. E la CGA (Curaçao gaming authority) non brilla certo per efficienza.

Per gli isolani, però, la beffa è dietro l’angolo, perché questo enorme flusso di denaro genera pochissimi introiti allo stato (meno di 100 dollari per abitante), a causa di un regime che prevede, per le società con sede a Curaçao i cui guadagni derivano quasi esclusivamente dall’estero, un’aliquota dell'imposta sulle società tra lo 0% e il 3%, e nessuna Iva. Tutte le richieste di spiegazione ai soggetti interessati, fatte dalla rivista norvegese di giornalismo investigativo Josimar che ha dedicato un’inchiesta al tema, sono rimaste inevase.

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