Le discipline paralimpiche hanno raggiunto una dimensione nuova rispetto a qualche decennio fa. L’integrazione di alcune gare nelle principali competizioni internazionali ne ha favorito la diffusione e i risultati ottenuti dai campioni azzurri hanno ampliato la platea di appassionati: basti pensare al bottino conquistato ai recenti Europei di Kocaeli, che l’Italia ha chiuso quasi in testa al medagliere (dietro solo alla Russia) e con una serie di conferme: Gilli, Barlaam, Boggioni, Bicelli, Procida, Raimondi, Bocciardo. Anche grazie alla crescente popolarità del movimento, federazioni ed enti di ricerca lavorano dietro le quinte per rendere le competizioni sempre più eque.

Le categorie

Uno dei principi cardine dello sport paralimpico è la classificazione funzionale, sistema complesso attraverso cui gli atleti vengono raggruppati in classi sulla base dell’impatto che la loro disabilità ha sulla prestazione sportiva. «L’obiettivo è ridurre il più possibile il peso della limitazione funzionale sul risultato e fare in modo che a decidere una gara siano soprattutto abilità tecnica, condizione fisica e tattica», racconta Lucio Caprioli, ricercatore all’Università di Roma Tor Vergata sul progetto di analisi del movimento umano e della prestazione sportiva paralimpica a supporto della classificazione, diretto dal prof. Vincenzo Bonaiuto.

Agli spettatori sarà capitato di veder gareggiare simultaneamente atleti con diverse disabilità, ma in realtà quelle prestazioni non vengono confrontate direttamente, non bisogna far confusione con il sistema di ranking relativo a ciascuna classe. «Nel nuoto, ad esempio, si utilizza un sistema che converte il tempo in un punteggio: ogni classe ha dei propri tempi di riferimento, il tempo di gara dell’atleta viene quindi inserito all’interno di una formula matematica che produce un punteggio utile a capire quanto vale quella prestazione a livello internazionale», spiega Caprioli. La suddivisione in classi è un meccanismo in evoluzione: «Finora, i risultati strumentali hanno quasi sempre rispecchiato la classe di appartenenza degli atleti, confermando l’accuratezza della classificazione».

Le critiche

Nonostante le evidenze incoraggianti, non sono mancate alcune critiche, fino a casi estremi come quello di Théo Curin. Il campione di nuoto francese che da bambino ha subito l’amputazione di avambracci e piedi a causa di una meningite fulminante decise di boicottare le Paralimpiadi di Tokyo per la presenza, nella sua stessa classe, di atleti che possedevano l'uso di entrambe le mani, ritenendola una disparità.

«Per quanto si sia evoluto negli anni attraverso metodi sempre più oggettivi, il processo di classificazione presenta ancora limitazioni e problematiche intrinseche», precisa Caprioli. «C’è poi il problema del cheating, ossia il rischio che un atleta durante la valutazione possa di proposito limitare le sue abilità per cercare di essere attribuito a una classe più bassa per vincere con più facilità: può essere smascherato solo durante l’osservazione in gara», afferma. «Nella mia esperienza, ho notato in Italia un ambiente molto sportivo, le pratiche scorrette rappresentano una casistica limitata, ma ho anche avuto feedback di atleti che si lamentavano per l’attribuzione di una determinata classe».

Il ricercatore sottolinea come sia fondamentale valutare le capacità funzionali degli atleti nel contesto specifico della loro disciplina: effettuare una misurazione in piscina (o sul campo) restituisce elementi aggiuntivi ai test medici sul lettino. «L'impiego di analisi video o di sensori minuscoli e non invasivi indossati durante l'attività consente di raccogliere dati oggettivi, che supportano la valutazione del classificatore e migliorano il grado di fiducia dell’atleta verso l'intero processo». In tal senso, si sta rivelando fondamentale la collaborazione tra l’università di Tor Vergata e il Comitato italiano paralimpico (Cip).

Oltre alla complessità di standardizzare le procedure, negli sport paralimpici si avverte la difficoltà di produrre statistiche a causa della scarsa numerosità campionaria, perché ogni atleta è diverso e unico nel suo genere. «Il nostro gruppo di ricerca, insieme alla Federazione italiana nuoto paralimpico (Finp) e a diversi classificatori italiani, si sta muovendo per intraprendere collaborazioni internazionali e validare un protocollo ripetibile anche all’estero, così da ampliare il campione di dati e dare maggiore solidità alla ricerca», conclude.

© Riproduzione riservata