Non (solo) la gara, ma l’Italia che le scorre accanto. “Il Giro in Italia” racconta ogni giorno i luoghi, le storie e le curiosità dietro ogni tappa della 109esima Corsa rosa. Tra geografia e memoria, il Giro diventa il pretesto per raccontare i territori che attraversa. Qui tutte le altre puntate.


Una splendida azione di Alberto Bettiol ha risvegliato il Giro in fondo a una tappa anestetizzata da una lunga fuga di 15 corridori. Hanno preso un vantaggio tale sul gruppo che è stato presto chiaro che il vincitore sarebbe uscito da qui.

Bettiol aveva premeditato da mesi questa vittoria: di Verbania è la sua compagna, Lisa, e Alberto conosce a memoria queste strade, si allena spesso sul finale di questa tappa. A 130 metri dal Gpm dell’unica salita di giornata, Bettiol ha cambiato passo, è andato a prendere il norvegese Leknessund e si è buttato in discesa. Non lo hanno più visto.

Il toscano, 32 anni, che ha nel suo curriculum un successo al Giro delle Fiandre, conquista così la terza vittoria italiana nella corsa rosa dopo quelle di Ballerini a Napoli e il capolavoro di Ganna nella crono di Massa. Bettiol aveva già vinto una tappa al Giro, nel 2021 a Stradella. Non sono tantissime le sue vittorie (l’ultima era stata il campionato italiano del 2024), ma sono sempre emozionanti, non banali.

I cappelli dei divi di Hollywood

Credit Foto: Museo ACdB di Alessandria
Credit Foto: Museo ACdB di Alessandria
Credit Foto: Museo ACdB di Alessandria

Finisce in festa una tappa che era partita dalle città delle biciclette, Alessandria. Ci sono foto meravigliose delle Borsaline, le operaie della fabbrica di cappelli più famosa del mondo. L’aveva fondata nel 1857 Giuseppe Borsalino, che a tredici anni lavorava in piedi su uno sgabello per arrivare il bancone e poi era andato a imparare l’arte in Francia.

Indossa un Borsalino Humphrey Bogart nella scena finale di Casablanca con Ingrid Bergman. C’è un Borsalino sulla testa di Jean Paul Belmondo in Fino All’ultimo Respiro, e su quella di Robert De Niro in C’era una Volta in America. Anche Jep Gambardella, il personaggio interpretato da Tony Servillo nel film da Oscar La Grande Bellezza indossa un Borsalino.

Li facevano qui, ed erano soprattutto donne ad occuparsene con le loro mani d’oro. Negli anni ’20 le Borsaline ad Alessandria erano 1700 su un totale di 3000 addetti. E quando uscivano dalla fabbrica la sera era come vedere dieci Giri d’Italia messi assieme.

La bicicletta è nata qui

Per festeggiare l’arrivo del Giro, ad Alessandria hanno fatto una pedalata: dal Museo Borsalino allo stadio Moccagatta, attraverso il Museo ACdB, acronimo che sta per Alessandria Città delle Biciclette. Lo è sempre stata, e il museo ACdB è una raccolta di emozioni. Perché racconta la lunga storia d’amore di questa terra con la bicicletta, il ciclismo e i suoi campioni. Storie conosciute, e altre molto meno note.

Fu un alessandrino, Carlo Michel, e portare in Italia il velocipede, la prima bicicletta: lo aveva visto all’Expo di Parigi del 1867 e se n’era innamorato. Imparò ad usarlo, e dalla capitale francese se ne portò a casa uno, prodotto dalla ditta Michaux. Nel 1885 qui c’era già uno dei primi circoli velocipedistici italiani. E uno dei quartieri di Alessandria si chiama ancora Pista, perché fu inaugurato proprio lì nel 1890 il primo velodromo in Italia con le curve sopraelevate. E vengono da qui campioni come il tortonese Giovanni Cuniolo, per tutti Manina, e l’astigiano (allora Asti era in provincia di Alessandria) Giovanni Gerbi, il famoso Diavolo Rosso: la loro fu la prima grande rivalità dello sport.

Di Alessandria - precisamente di Spinetta Marengo - era l’industriale Giovanni Maino, che nel 1896 aprì una fabbrica di biciclette che sarebbe diventata un marchio storico del ciclismo italiano. Sulla Maino Costante Girardengo, di Novi Ligure, vinse praticamente tutto. Nel Novecento questa terra era il distretto della bicicletta, con marchi come Meazzo, Pizzorno, Quattrocchio, Gerbi, Amerio, Santamaria, Fiorelli.

Le Borsaline, simbolo di indipendenza

Su alcune di queste bici le Borsaline andavano al lavoro in fabbrica, diventando modelli di emancipazione femminile e di indipendenza: si vestivano con gusto, erano invidiate dalle altre donne e corteggiatissime dagli uomini. E quando suonava la sirena di fine turno, dopo pochi minuti sfrecciavano per il centro sulle loro bici.

L’Archivio Storico Borsalino custodisce un antico registro, compilato a mano, che cataloga modelli, forme e colori realizzati a partire dal 1930 dalla manifattura di Alessandria. E ogni modello ha un nome di donna: Liona, Alva, Trina, Poppea, Pane, Clivia, Po, Nuccia, Creola, Elodia e Lori.

Negli anni d’oro la fabbrica ha avuto fino a tremila dipendenti, arrivando a produrre quattromila cappelli al giorno. Il lavoro delle donne ha avuto un ruolo decisivo nella crescita economica e sociale del territorio. E l’eco di quella tradizione si sente ancora oggi: in provincia di Alessandria quasi un’impresa su quattro è a guida femminile.

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