Con Draymond Green che rinuncerebbe alla player option per rifirmare a meno, la franchigia avrebbe la disponibilità economica per completare il colpo e portare le stelle nella Baia. Un’indiscrezione che accende l'immaginazione dei tifosi e promette un ultimo assalto al titolo. Ma non mancano dubbi sulla fattibilità e la sostenibilità di questa operazione
Nel momento in cui è emersa la volontà di Draymond Green di rinunciare alla sua player option annuale da 27,7 milioni di dollari, gli analisti del mercato Nba si sono trovati d’accordo sullo scenario più affascinante all’orizzonte: Golden State vuole regalare a Stephen Curry un ultimo giro di giostra. A far discutere, però, non è tanto la volontà in sé, quanto la modalità scelta per provarci. La flessibilità salariale garantita dal passo indietro dell’uomo cardine della difesa Warriors – che lascia i soldi sul tavolo per firmare a cifre più basse più avanti – consente infatti un tentativo, seppur difficile, di dare l’assalto a LeBron James, che proprio martedì 30 giugno ha fatto sapere ai Los Angeles Lakers la sua intenzione di voler portare le labbra a un indirizzo nuovo.
Certo, il “prescelto” dovrebbe abbassare drasticamente il suo ingaggio, che lo scorso anno si aggirava intorno ai 53 milioni di dollari: James dovrà insinuarsi nelle sacche salariali concesse dal regolamento, ridotte ulteriormente dal rinnovo di contratto di Kristaps Porzingis con Golden State.
I DETTAGLI DI UN SOGNO
Ma il tema è un altro, e cioè che James avrebbe detto di essere disponibile a unirsi a Steph (come accadde, meravigliosamente, in occasione delle Olimpiadi 2024) solo in caso di tentativo di assalto a un altro vecchio amico, Anthony Davis, attualmente parcheggiato a Washington dopo un anno vissuto davvero poco pericolosamente: dopo essere stato usato come moneta di scambio dai Lakers con Dallas per andare a prendere Luka Doncic dai Mavericks – una trade che appariva sbilanciata a favore di Los Angeles già al momento dell’intesa e ora, a distanza di un anno e mezzo, ha assunto i contorni di una rapina a mano armata da parte dei gialloviola – e aver indossato soltanto 29 volte la canotta dei Mavs, è stato spedito nella capitale in cambio, sostanzialmente, di scelte future, con la contropartita tecnica ridotta in realtà a un mero bilanciamento salariale per rispettare le regole Nba.
Golden State, secondo le indiscrezioni, dovrebbe quindi provare a mettere in piedi uno scambio con Washington inserendo un altro grande vecchio come Jimmy Butler e chissà cos’altro tra scelte e asset minori.
Sarebbe un tentativo al confine tra il romanticismo e la disperazione: Curry, James, Davis e Green tutti insieme per dare l’ultimo assalto all’anello, con un’età media ai limiti dell’insostenibile e un talento complessivo potenzialmente devastante. E una grande, gigantesca domanda: quante chance ci sarebbero di averli tutti sani nello stesso momento per un mese e mezzo, quello in cui si decide la stagione?
La regular season Nba è ormai vissuta dalle franchigie che si avvicinano ai playoff come un intralcio, i giocatori vengono dosati con il bilancino nel tentativo di non logorarli, e nonostante tutto ci troviamo con serie che vengono indirizzate, se non addirittura risolte, dagli infortuni delle stelle. Immaginare questi big four tutti al meglio nella fase cruciale dell’anno è un esercizio che rasenta l’utopia.
I PRECEDENTI
L’operazione, per quanto ancora puramente teorica, ha immediatamente riportato alla mente quello che è stato forse il primissimo tentativo di superteam del terzo millennio, i Los Angeles Lakers 2003-04, che alla coppia prossima a scoppiare Kobe Bryant-Shaquille O’Neal decisero di aggiungere i veterani Gary Payton e Karl Malone, due che in stagioni diverse avevano cercato, senza fortuna, di intralciare la strada dei Chicago Bulls di Jordan e del secondo three-peat.
L’obiettivo era creare un instant team in grado di cancellare la delusione dell’eliminazione ai playoff dell’anno precedente, ma i Lakers vennero spazzati via in finale dai Detroit Pistons di Larry Brown, squadra concepita in maniera diametralmente opposta. Nessuna stella dichiarata, un sistema quasi socialista: Billups-Hamilton-Prince-Rasheed Wallace-Ben Wallace rimane uno dei quintetti più equilibrati della storia del gioco.
IL DILEMMA DEL “RE” AL CANTO DEL CIGNO
E c’è poi un gigantesco elefante nella stanza: per quale motivo Washington dovrebbe decidere di rinunciare ad Anthony Davis, pur con tutti i suoi problemi fisici, accontentandosi in cambio di Jimmy Butler, giocatore meraviglioso ma ormai 37enne e reduce dall’esplosione di un crociato alla fine di gennaio?
Il castello di carte, dunque, rischia di non prendere nemmeno forma, perché basterebbe un no sponda Wizards – tutt’altro che da scartare come ipotesi, anzi – per mandare tutto all’aria. E a quel punto la palla tornerà, come sempre, nelle mani di LeBron: accetterebbe comunque la proposta di Golden State? Oppure, teoricamente padrone del suo destino in quanto free agent, si metterebbe a bussare altrove, nella speranza di trovare un palcoscenico all’altezza del suo debordante talento e dell’altrettanto invadente ego per quella che sarebbe, con ogni probabilità, la sua personalissima last dance?
Non ci resta che attendere, in fin dei conti la free agency è appena iniziata. La carriera di James, invece, si appresta a vivere la sua stagione numero 24 in Nba, una in più del suo numero di maglia, quella che spera possa portargli il quinto titolo di una vita sportiva che rimane, comunque vada, leggendaria.
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