L’ex giocatore brasiliano, a 40 anni, è un produttore di vino nelle Langhe, si definisce «un calciatore capitalista con un tocco di socialismo» e soprattutto si è reinventato divulgatore in tv e sui social. Colto, gentile, raffinato, mescola spiritualità e scienza, letture metaforiche del gioco e riflessioni profonde. Nella sua voce c’è qualcosa di nuovo: perché annulla le vecchie logiche del linguaggio del pallone
Così parlò Hernanes. Di fisica, campi elettromagnetici, socialismo, filosofia. Secondo i suoi adepti è solo calcio. Invece c’è qualcosa di nuovo nella voce di questo Profeta che fu giocatore e che oggi si è reinventato divulgatore in tv e sui social. Ovunque trovi uno spazio per i suoi seguaci del fútbol. L’ultimo sermone è il racconto della fortuna nel calcio. «Esiste?», si chiede Hernanes. Per rispondere ha usato una formula matematica, citato Albert Einstein e Paolo Coelho. «Nell’Alchimista dice che quando desideri qualcosa, tutto l'universo cospira affinché tu realizzi il tuo desiderio. E allora un tiro deviato non è frutto del caos».
Hernanes rimescola, rivede, trasfigura. E il pallone diventa una metafora delle leggi dell’universo. Anche per spiegare il Milan. La parabola comincia con un’esperienza personale, di quando andò a sciare per la prima volta 15 anni fa e vide i cavi d'acciaio delle funivie piegarsi al peso delle cabine. Hernanes credeva che non ce l’avrebbero fatta, che quelle cabine non sarebbero mai arrivate in cima. Troppo pesanti, pensava. «Poi ho capito una cosa: il cavo si curva di proposito. Ed è proprio quella curva che distribuisce il peso».
Hernanes diventa esegeta. Anche del gioco di Max Allegri. «Subito una mente inesperta giudica: questo Milan non domina. E io vi chiedo: e se proprio questa curva fosse la loro forza? Il cervello umano non è fatto per essere teso, concentrato, lucido per 90 minuti. Funziona per attivazione, per momenti e per picchi».
Un nuovo linguaggio
A Itambè, dov’è cresciuto, profonda campagna brasiliana, un posto pieno di campi di terra e sabbia, era il ragazzo della piantagione da zucchero. In chiesa ce lo portò un compagno di squadra del San Paolo. Hernanes cominciò a citare il libro di Isaia, capitolo 30, versetto 15: «Nella calma e nella fiducia sarà la vostra forza». E così divenne il Profeta. «Da piccolo non avevo forza nelle gambe, non riuscivo a correre bene, ma attraverso l’allenamento sono migliorato». Scelse di diventare mancino solo perché voleva essere elegante come quelli che calciano di sinistro. «Cambiai mano per scrivere e anche il piede con cui calciavo gli angoli e le punizioni». Oggi, a 40 anni, dopo una carriera sfolgorante (320 partite con il San Paolo, 243 tra Lazio, Inter e Juve), si è reinventato produttore di vino nelle Langhe. «Un calciatore capitalista con un tocco di socialismo», si è definito. Un anarchico («Non sopportavo gli ordini»).
Colto, gentile, raffinato. Capace di trovare un nuovo modo di parlare di un mondo appoggiato sulla retorica. Mescola calcio a spiritualità e scienza, fornendo letture metaforiche del gioco che sfociano in riflessioni concettuali profonde. Non ha il carisma di Julio Velasco, né l’aura mistica di Marcelo Bielsa. E non ha nemmeno il killer instinct linguistico (e gestuale) di José Mourinho. Ma una cosa in comune con il portoghese ce l’ha: anche Hernanes segue quel leggendario precetto che Manuel Sérgio, professore alla Facoltà di Scienze Motorie di Lisbona, insegnò a Mou. Chi sa solo di calcio, non sa niente di calcio.
È vero. Tanto che per parlare del calcio del Psg ha usato la dialettica: dal gioco primordiale, quello basato sulla forza bruta e l'attrito, a quello scientifico e concettuale di Pep Guardiola fino alla sintesi del club francese, «un calcio che levita». Ecco perché il Psg «non corre: scivola nell’aria. Non c’è attrito, solo il flusso dell’amore per il calcio».
«Calcio socialista»
Affronta temi di mentalità e leadership, criticando il calcio moderno e suggerendo una filosofia dell’equilibrio tra squadra e individuo. «Si parla sempre di superiorità numerica, mai di superiorità qualitativa. Dobbiamo integrare il calcio capitalista al calcio socialista in cui l’individuo scompare perché alla fine non siamo tutti uguali, e questo è il bello dell’umanità e del calcio».
La sua è una sorta di riedizione della Storia delle idee del calcio di Mario Sconcerti, dove lo sport non è raccontato attraverso le partite ma per mezzo dei colpi di genio che lo hanno avvicinato alla scienza. Fu Sconcerti a scrivere che Arrigo Sacchi, nel suo essere un estremista del lavoro, affondava le basi del suo calcio nel teatro, dove una parte viene provata e riprovata finché la impari a memoria ed è tua per sempre. E ancora Sconcerti analizzò con la fisica le gambe di Baggio, le sue parabole, i suoi gol.
Quella di Hernanes non è solo una rottura generazionale. Le nuove leve di allenatori sono ormai assuefatte alla comunicazione. Sembrano manager, mental coach, life coach. Ai loro discorsi aggiungono la tattica. Ma spesso dicono senza integrare, e le frasi restano appese. Invece Hernanes genera immagini. Le parole del Profeta piacciono, anzi incantano. La domanda è banale: perché? Banale è la risposta: perché annulla le vecchie logiche del linguaggio del pallone. Lui lo saprebbe dire certamente meglio.
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