Tra cadute e pioggia, Ciccone perde la maglia rosa a vantaggio di Eulalio. Nella tappa che ci porta dalla Calabria alla Lucania non sembra primavera, e neanche Sud: nell’anno del minimo storico di italiani iscritti, del Mezzogiorno c’è solo Caruso. Esistono due Italie per chi vuole correre in bicicletta: i racconti di chi ci è passato prima, da Nibali ad Aru
Non (solo) la gara, ma l’Italia che le scorre accanto. “Il Giro in Italia” racconta ogni giorno i luoghi, le storie e le curiosità dietro ogni tappa della 109esima Corsa rosa. Tra geografia e memoria, il Giro diventa il pretesto per raccontare i territori che attraversa. Qui tutte le altre puntate.
Dantesque, direbbero i francesi di questa giornata di Giro: pioggia torrenziale, vento, grandine, fulmini, nebbia. Nella tappa che ci porta dalla Calabria alla Lucania non sembra primavera, e neanche Sud. I corridori scivolano, cadono, uno finisce nel bosco, un altro nel lunotto di un’ammiraglia, arrivano ammaccati, storditi, assiderati, confusi. Il ciclismo è uno sport duro.
E Giulio Ciccone perde subito la maglia rosa, a causa di una squadra che non è in grado di difenderla. Maglia rosa che passa sulle spalle di Afonso Eulalio, 24 anni, scalatore portoghese di sicuro avvenire che un anno fa passò primo sul Mortirolo e che a pochi chilometri dal traguardo di Potenza ha rischiato di perdere tutto andando per terra in curva. Ha lasciato la vittoria di tappa all’altro giovane spagnolo Igor Arrieta, anche lui caduto, stordito al punto da sbagliare strada proprio nel finale.
È l’anno del minimo storico di corridori italiani al Giro - al via dalla Bulgaria erano 41 su 184, battuto il record negativo di 43 che risaliva al 2024. Il ciclismo si allarga - con l’Uruguay di Thomas Silva sono diventati 31 i Paesi che possono vantare almeno una maglia rosa - e lo spazio per quelli che tradizionalmente hanno vissuto di ciclismo fatalmente si restringe.
C’erano una volta Nibali e Aru
In Italia c’è un fenomeno che si trascina da sempre, o quasi: l’assenza di corridori che vengono dal Sud. Gli anni di Vincenzo Nibali, Fabio Aru e Giovanni Visconti in parte ci avevano illuso che ci fosse un’inversione di tendenza, ma è presto stato chiaro che si trattava di situazioni contingenti, per quanto felici.
Nibali è stato uno dei grandissimi del ciclismo internazionale, vincitore della Tripla Corona (Giro, Tour e Vuelta) come soltanto altri sei fuoriclasse in tutta la storia del ciclismo (Jacques Anquetil, Eddy Merckx, Felice Gimondi, Bernard Hinault, Alberto Contador e Chris Froome), e così completo da arricchire il suo curriculum con il successo in tre classiche Monumento.
Aru ha avuto una carriera più breve, ma ha comunque vinto una Vuelta, è stato secondo e terzo al Giro, e ha indossato la maglia di leader in tutte e tre le grandi corse a tappe. Visconti è stato tre volte campione italiano e ha vinto belle classiche come il durissimo Giro dell’Emilia. Di quella covata proveniente dalle isole - Nibali e Visconti sono siciliani, Aru è sardo - rimane il ragusano Damiano Caruso, ottimo corridore che ha avuto il suo picco con il secondo posto al Giro 2021.
Caruso è l’unico corridore del Sud tra i 41 che sono partiti per il Giro, e questa è la sua ultima stagione. C’è una sproporzione enorme se dividiamo i corridori del Giro per zone geografiche: 11 sono i lombardi, 8 i veneti, 6 gli emiliano-romagnoli, 4 i toscani, 3 i trentini, 2 i piemontesi e altrettanti i marchigiani. Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Lazio, Abruzzo e Sicilia hanno un rappresentante a testa. E, Caruso a parte, il corridore più meridionale è Martin Marcellusi, 26 anni, abruzzese per parte di padre e campano per parte di madre, nato e cresciuto a pochi chilometri da Roma.
Ed è proprio lui a raccontare che esistono due Italie per chi vuole correre in bicicletta. «Avendo corso fino alla categoria Juniores al Sud posso dire che è stato difficile, perché per un ragazzino di 15 o 16 anni che ogni sabato deve partire, fare magari 5 ore di furgone per andare a una gara di 70 km alla lunga diventa difficile. La differenza è tutta nei soldi. Al Sud non ci sono grossi sponsor che investono nel ciclismo e quindi ci sono meno gare, meno squadre, meno compagnia in allenamento e tutto si ritorce contro il corridore».
Poco più settentrionale è Giulio Ciccone: 31 anni, dalla contrada Mulino di Brecciarola, banlieue di Chieti, è arrivato a indossare la maglia gialla (era il 2019) e a sfoggiare la maglia a pois di miglior scalatore del Tour sugli Champs-Élysées nel 2023 e a Cosenza la maglia rosa. Quando si trasferì a Bergamo da ragazzo piangeva, gli mancava tutto.
Emigrare per emergere
Ma per diventare corridori la strada è quasi obbligata: Nibali ha lasciato la famiglia a Messina ed è andato a vivere in Toscana a 15 anni. Ricorda ancora la prima volta che da ragazzino attraversò lo Stretto per andare a correre in Calabria. All’imbarco c’era il papà del suo amico Carmelo Materia. «Allora ve ne andate a correre in Italia. State attenti agli italiani». E perché noi cosa siamo, gli chiese divertito il piccolo Enzo. «Siciliani, è una cosa diversa», cercò di spiegare Materia senior.
Visconti, che ugualmente emigrò in Toscana per correre e diventò da ragazzo il grande avversario di Nibali, ricorda quella vita quasi con nostalgia. «Venire da un’isola vuol dire dover lottare ancora di più per emergere. Vuol dire fame, sacrifici, una cattiveria agonistica che ho visto in pochi altri. E viaggi, infiniti viaggi. Sulla Fiat Uno di papà, di notte: partivamo da Palermo il sabato perché dovevo andare a correre dall’altra parte dell’isola, a Messina, a Siracusa, a Catania. Mi ricordo i panini col prosciutto e la provoletta incartati, tutto giusto, tutto contato. Papà mi preparava un lettino sul sedile posteriore della macchina, ma l’emozione mi impediva di dormire. E poi i viaggi in treno: passare la notte in cuccetta mi piaceva tantissimo, vedevo scorrere paesini dai nomi mai sentiti, quando arrivavamo in Calabria mi sembrava già l’America».
Aru in Sardegna faceva mountain bike e ciclocross. Da ragazzino i suoi lo mettevano in aereo il venerdì sera, e volava fino a Bologna. «Stavo a casa di Andrea Cevenini, un gioielliere con la passione per il ciclocross. Era lui a portarmi in giro a correre, poi la domenica sera mi riaccompagnava all’aeroporto. Qualche volta tornavo addirittura il lunedì mattina, appena in tempo per presentarmi a scuola».
Dalla mountain alla strada, e poi la scelta praticamente obbligata di lasciare la sua isola. Tre giorni dopo la maturità classica Fabio si trasferì a Bergamo. Viveva con altri ragazzi del team, imparò a lavare, stendere, stirare, cucinare. «L’impatto è stato duro, le sere passate a piangere tante. Qualche volta ho anche pensato di mollare tutto. Ma per i miei è stato anche più difficile. Io man mano vedevo realizzarsi i miei sogni».
Sono storie difficili, e noi conosciamo quelle di chi ce l’ha fatta. Gli altri sono quelli che al Giro non ci sono, che non sono neanche diventati professionisti, che non hanno avuto i mezzi o l’occasione di inseguire il sogno. che hanno dovuto inventarsi un piano B. Il ciclismo per loro è rimasto un altro mondo.
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