Non (solo) la gara, ma l’Italia che le scorre accanto. “Il Giro in Italia” racconta ogni giorno i luoghi, le storie e le curiosità dietro ogni tappa della 109esima Corsa rosa. Tra geografia e memoria, il Giro diventa il pretesto per raccontare i territori che attraversa. Qui tutte le altre puntate.


Blockhaus è un nome che fa paura. Ma anche Jonas Vingegaard fa lo stesso effetto. O meglio dovrebbe farlo. Giulio Pellizzari prova a tenere testa al grande favorito del Giro: peccato di gioventù che a 22 anni si può anche perdonare, ma è la salita che non perdona. E così il giovane marchigiano fa un fuorigiri che gli costa tempo (1’05”) e soprattutto fiducia.

Il danese si prende il primo arrivo in salita, va a ingrossare l’elenco dei campioni che hanno vinto tappe in tutti e tre i grandi Giri e fa capire che il copione è quello che ci aspettavamo. Per adesso la maglia rosa se la tiene il portoghese Afonso Eulalio, che aveva un vantaggio ampio, ma questo a Vingegaard fa addirittura comodo.

La Tavola dei briganti

I boschi densi della Maiella e le sue grotte inaccessibili furono per anni rifugio perfetto per i briganti, che a pochi chilometri dalla strada salita oggi dal Giro hanno lasciato la loro Tavola, un monumento alla loro ribellione. Di notte, per non essere visti dai soldati piemontesi, incidevano sulla pietra i loro nomi e le loro storie, che oggi ci raccontano la loro lotta, la loro sfida all’autorità del re sabaudo. Come messaggi in bottiglia liberati sulle montagne anziché nel mare.

Uno dei più celebri dice: «Leggete la mia memoria per i cari lettori: nel 1820 nacque Vittorio Emanuele II Re d’Italia, primo il 60 era il regno dei fiori, ora è il regno della miseria».

L’Unità d’Italia non fu uguale per tutti, c’era troppa differenza tra una regione e l’altra. Così si diventava briganti, per vendetta o per fame. Le popolazioni locali, che prima vivevano sotto il Regno delle Due Sicilie, si sentirono tradite dall’annessione al Regno d’Italia. L’introduzione di nuove tasse e la leva obbligatoria furono troppo.

A Opi, nell’Alta Marsica, i cittadini si rifiutarono di riconoscere il Tricolore. Istigati dal parroco, assalirono la sede della Guardia Nazionale gridando: Viva Francesco II, a morte Garibaldi. La rivolta fu sedata dall’esercito e i ribelli furono incarcerati. Fu allora che molti contadini, braccianti, ex soldati e disoccupati cominciarono a nascondersi sulle montagne, con l’appoggio della popolazione locale.

Sulla Maiella, dove si sono sfidati i corridori tra raffiche di vento inospitale e un accogliente profumo degli arrosticini, non era insolito sentir risuonare le grida di battaglia delle bande e spesso il rumore degli spari. Per i soldati queste montagne erano ostili e sconosciute, e i briganti avevano vita facile. Sequestri, rapine, omicidi, combattimenti contro l’esercito piemontese, assalti ai gendarmi. Nacquero storie e leggende, che fecero di quei banditi senza legge quasi degli eroi romantici. Erano feroci, eppure la gente li ammirava perché avevano il coraggio di ribellarsi all’autorità, alle ingiustizie e alla miseria.

Si tramandavano le loro imprese, quelle di Croce Di Tola, detto Crocitto, l’imprendibile della Maiella. Dei fratelli Colafella di Sant’Eufemia, che venivano catturati ma riuscivano sempre a scappare. Del Mercante e di Cannone. Di Luca Pastore di Caramanico, e di Domenico Di Sciascio di Guardiagrele, che era considerato furbo come Ulisse.

Le origini del Blockhaus

Tre anni dopo l’Unità, nel 1863, il governo approvò una legge che sospendeva alcuni dei diritti fondamentali e prevedeva pene molto severe per i briganti e per chi li sosteneva. In due anni diverse bande furono annientate, i capibanda giustiziati o condannati all'ergastolo. Ma tanti resistevano, nascosti nelle grotte e qualche volta nei paesi. Tra il 1863 e il 1866 un comandante austriaco dell’esercito sabaudo tirò su un fortino in pietra a 2.140 metri di altitudine, proprio nel cuore del territorio controllato dai briganti, per cercare di arginare il fenomeno.

Da quella costruzione di pietra, di cui oggi possiamo vedere soltanto le fondamenta, arriva il nome della salita che fa paura ai corridori per le sue trappole infide. Il ciclismo la scoprì nel 1967, per il Giro d’Italia numero 50. Non sapevano che nome darle, e il patron della corsa Vincenzo Torriani prese in prestito quello del fortino di pietra. Blockhaus.

Il primo a domarlo fu un corridore fiammingo che non aveva mai vinto prima una tappa in un grande Giro. Aveva vinto due Milano-Sanremo e una Gand-Wevelgem, e questo indusse all’errore il titolista della Gazzetta dello Sport. «Il velocista belga vince in montagna». Fu chiaro molto presto che Eddy Merckx non era un velocista. E dopo le leggende dei briganti, sul Blockhaus ne nacque un’altra, che avrebbe cambiato per sempre il ciclismo.

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