Nella nazionale dei Tre Leoni esiste un rito riservato a ogni esordiente, il tradizionale cappellino consegnato dal capitano Harry Kane. Quando tocca a Spence, l’attaccante quasi si commuove. «So quante difficoltà ha dovuto superare per arrivare fin qui» dice davanti allo spogliatoio
In Inghilterra ci hanno scherzato un po’ su. Con quella maschera assomiglia a un supereroe. Ma come, un supereroe lui che ha la faccia di quello che passa un po’ lì per caso che non sa bene come sia finito in pochi mesi dalla panchina del Tottenham a una semifinale mondiale. Eppure Djed Spence con quella faccia, maschera compresa, ha imparato a conviverci, esattamente come con tutti i giudizi che lo hanno sempre ritenuto “non abbastanza”.
“Non abbastanza pronto” per una grande squadra, “non abbastanza equilibrato” per mantenere un livello alto di prestazioni. Critiche ricevute e messe nel cassetto de “il mio momento arriverà”. Ed effettivamente quel momento sembra essere giunto, proprio dopo uno degli infortuni più gravi della sua vita, la frattura della mascella dopo uno scontro di gioco contro l’attaccante del Chelsea Delap, lo scorso 21 maggio.
Discese ardite e risalite
In fondo, anche la sua carriera ricorda quella di un supereroe, di quelli costretti a cadere più volte prima di trovare il proprio posto. Cresciuto nella comunità giamaicana del sud di Londra, Spence si forma nelle giovanili del Fulham, ma non debutta mai in Premier League con i Cottagers. Riparte dal Middlesbrough, in Championship, dove il talento è evidente ma ancora troppo discontinuo, finché il prestito al Nottingham Forest, nella stagione 2021-22, cambia tutto. Due gol, quattro assist e una promozione in Premier bastano per convincere il Tottenham a investire quasi 15 milioni di euro su di lui.
Antonio Conte, allora allenatore degli Spurs, liquida però il suo acquisto come una «scelta della società» lasciando intendere che non lo abbia voluto così fortemente. Il club lo manda in prestito prima al Rennes e poi al Leeds, con appena 17 presenze complessive tra la fine della stagione 2022/23 e l’inizio della 2023/24. A gennaio di due anni fa il Genoa lo porta in Italia, restituendogli continuità e fiducia.
Da lì ricomincia la risalita: diventa titolare nel Grifone (che però non lo riscatta) e torna al Tottenham. L’anno dopo mette insieme 35 presenze, approfitta dei problemi fisici di Destiny Udogie e vince l’Europa League. Eppure l’esonero a sorpresa di Postecoglou, l’estate scorsa, poteva cambiare il suo futuro: con un nuovo allenatore avrebbe dovuto ricominciare tutto da capo. Invece si prende il posto da titolare e, il 9 settembre, arriva anche il debutto con l’Inghilterra, nelle qualificazioni mondiali contro la Serbia.
L’uomo in più
Nella nazionale dei Tre Leoni esiste un rito riservato a ogni esordiente, il tradizionale cappellino consegnato dal capitano Harry Kane. Quando tocca a Spence, l’attaccante quasi si commuove. «So quante difficoltà ha dovuto superare per arrivare fin qui» dice davanti allo spogliatoio. Non è una frase fatta: i due si conoscono dai tempi del Tottenham e Kane ha visto da vicino quanti ostacoli abbia dovuto affrontare il terzino.
Nemmeno questo Mondiale sembrava destinato a essere il suo. Gli infortuni di Livramento prima della partenza per gli Stati Uniti e di James a inizio mondiale gli concedono minuti. Parte come ultima opzione sulla fascia destra, ma partita dopo partita diventa l’uomo in più di Tuchel. Gioca in tutte le gare dell’Inghilterra e, paradossalmente, incide più da subentrato che da titolare. Contro Ghana e Repubblica Democratica del Congo, nelle due prestazioni meno convincenti della squadra, fatica come tutti. Quando invece entra a partita in corso cambia il volto delle partite: all’esordio contro la Croazia una sua accelerazione spalanca la strada al 4-2 di Marcus Rashford, mentre contro la Norvegia limita Bobb, una furia lì a sinistra e si conquista un rigore poi cancellato dal Var.
Forse non è un caso che uno dei suoi hobby preferiti siano gli scacchi. Perché Spence ha costruito la propria carriera aspettando la mossa giusta. Nel 2021 Neil Warnock, manager del Middlesbrough, sua ex squadra, aveva detto che nel giro di cinque anni avrebbe potuto o «giocare in un grande club inglese oppure nei campionati dilettantistici» sintetizzando tutti i dubbi sul suo avvenire.
Dopo la promozione con il Nottingham Forest, Spence gli ha risposto con una foto nello spogliatoio di Wembley, sigaro in bocca e trofeo tra le mani. Oggi Roberto De Zerbi lo considera una risorsa preziosa, ma l’Inter lo sta cercando con insistenza per sistemare la fascia destra.
Prima, però, c'è una semifinale mondiale. Potrebbe essere la sua tredicesima presenza con l’Inghilterra e magari gli toccherà inseguire Mac Allister, Almada, De Paul o persino Lionel Messi se dovesse allargarsi sulla fascia sinistra. Non male per chi, appena cinque anni fa, secondo qualcuno rischiava di ritrovarsi in quinta divisione.
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