Chi si ferma è perduto. È diventato questo il motto degli allenatori, almeno di quelli che non occupano le posizioni di primissimo livello del calcio internazionale. C’erano una volta gli anni sabbatici, usati per aggiornarsi, guardare partite, ritoccare il proprio modo di intendere il calcio e gestire il quotidiano. Adesso, invece, la smania è di risalire il prima possibile in sella, portando ancora addosso le bruciature: restare fermi diventa un problema, il timore costante di finire fuori dal giro che conta.

Non si spiega altrimenti la mossa di Igor Tudor di passare in tempo zero dall’esonero alla Juventus a quello al Tottenham, 44 giorni da incubo che rischiano di rimanere nella storia del calcio inglese, ironicamente lo stesso numero di giorni del celebre ciclo di Brian Clough alla guida del Leeds United negli anni Settanta, ma con un tasso di letterarietà decisamente inferiore se si pensa che quell’avventura fu il guizzo che portò David Peace a vergare il celebre Il maledetto United.

E adesso, al capezzale degli Spurs, è arrivato Roberto De Zerbi, l’antitesi dell’allenatore da chiamare in corsa. Un uomo che avrebbe un disperato bisogno di tempo e che invece tempo non ne avrà: la gestione Tudor ha trascinato il Tottenham in zona retrocessione e quella di De Zerbi sarà una missione difficile, ai limiti dell’impossibile, una Fiorentina moltiplicata per mille.

Non solo lui

È il fascino irrinunciabile della Premier League, lo stesso che un anno fa aveva sedotto Ivan Juric, uscito con le ossa rotte dall’esperienza alla Roma, ma anche lo stesso che ha fatto saltare allenatori in serie nel Manchester United.

Pur di allenare nel campionato inglese, l’ex tecnico del Torino aveva accettato la chiamata del derelitto Southampton, di fatto condannato alla retrocessione già a metà stagione. Sembrava una mossa proiettata al futuro, con la certezza di potersi occupare anche della risalita dalla Championship: invece a Juric è stata mostrata la porta. Ma anche in quel caso, invece di fermarsi, il croato ha scelto di ripartire subito, da Bergamo: un altro flop, un altro esonero. Un loop nel quale era finito anche Eusebio Di Francesco qualche anno fa: dopo la fine del rapporto con la Roma, aveva accettato la Sampdoria, e poi il Cagliari, e poi il Verona, infilando un fallimento dopo l’altro.

Un anno e mezzo fermo gli ha permesso di ricaricare le pile: certo, sono arrivate due retrocessioni con Frosinone e Venezia e ora con il Lecce cerca di evitare la terza, ma in tutti i casi il compito era ai limiti dell’improbo.

Se persino un profilo come De Zerbi, andato in combustione a Marsiglia dopo un primo anno positivo, ha scelto di non rimanere fermo, nonostante la possibilità di poter ragionare con calma in vista dell’estate, la risposta non può essere racchiusa solamente all’interno di un maxi-contratto (c’è chi parla di 12 milioni di euro a stagione, chi di 14).

Il Tottenham non è un’occasione irrinunciabile, è altamente probabile che alla porta di De Zerbi potessero bussare realtà leggermente meno ondivaghe nel corso dell’estate. Eppure ha detto sì: la promessa dei pieni poteri in caso di salvezza deve aver giocato un ruolo, ma questo timore nel fermarsi dovrebbe far riflettere. È diventata ormai parte integrante del sistema calcio, una vita che ti spreme e finisci per spremere finché ce n’è.

L’esempio opposto

Magari si rimangerà quanto detto, ma soltanto qualche mese fa Jurgen Klopp ha spiegato i motivi che lo hanno portato a scegliere un incarico diverso: «Non mi manca assolutamente niente della vita da allenatore. Sono stato in tanti paesi ma non ne ho visto nessuno: solo hotel, stadi e campi d’allenamento. In vita mia sono stato solo a due matrimoni: uno era il mio, il secondo due mesi fa. Al cinema? Quattro volte, tutte negli ultimi mesi», ha raccontato a The Athletic.

Ma Klopp, direbbero i maligni, se lo può permettere. Chi invece deve sgomitare per arrivare a poter essere un Klopp futuro non può lasciar passare nemmeno un’occasione. E chissà cosa succederebbe in Serie A se fosse possibile poter rimettere sotto contratto allenatori esonerati nel corso dell’anno.

Chi si ferma, inesorabilmente, finisce per uscire dai discorsi che contano. Xavi non allena dal giugno 2024, e chissà da dove ripartirà; di quello che soltanto un paio d’anni fa era il fenomeno Thiago Motta nessuno parla più; e lo stesso si può dire per Edin Terzic, passato dallo sfiorare Bundesliga e Champions League a due anni pieni di disoccupazione dopo l’addio al Dortmund.

Torneranno, questo è certo, ma chissà dove, chissà come. E allora, forse, potrebbe avere davvero ragione chi non si ferma: meglio una figuraccia da cancellare in fretta che finire nel dimenticatoio.

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