Questo paese, un tempo orgoglioso di aver costruito le proprie autostrade e ferrovie con il lavoro volontario dei giovani che oggi si spostano sempre di più all’estero, ora vede binari morti e buche nel terreno. La rabbia di trent’anni di dopoguerra immobile esplode regolarmente sui gradoni di cemento. A Zenica gli Azzurri sperano di entrare al Mondiale
ZENICA – La Nazionale di calcio italiana e raggiungerà la città di Zenica, dove allo stadio “Bilino Polje” troverà un’infrastruttura che è lo specchio del paese: stadio piccolo, l’intonaco che viene giù a pezzi, senza pista di atletica attorno, tifoseria assiepata sugli spalti quasi a bordo campo. Per motivi di sicurezza verrà riempito solo a metà capienza.
È il palcoscenico di una città mineraria tra le più inquinate in Europa, dove minatori, operai metallurgici e i cittadini masticano polvere di carbone e residui industriali da generazioni. La città che ha come inno non ufficiale una canzone che parla di una prigione, “Zenica Blues” degli Zabranjeno Pušenje, una jugo rock band che si è disgregata insieme al paese.
La città dei Mujaheddin che dopo la guerra hanno trovato qui protezione e terreno fertile, insediandosi in villaggi simbolo come Bočinja, dove i “volontari” stranieri, dagli afghani ai combattenti del battaglione El-Mudžahid, hanno tentato di imporre una visione radicale in una terra già martoriata.
Il ruggito
Il tempo con cui si giocherà la partita sarà freddo, così come gelida è stata l’ondata che giovedì scorso - inclemente – ha colpito la zona nordoccidentale del paese e ne ha mostrato appieno la fragilità.
Infatti, annunciate con allarmi meteorologici diramati via social e in televisione, sono arrivate puntuali le babine huke – i ruggiti della vecchia –, ultimo colpo di coda dell'inverno. Secondo la tradizione bosniaca, la “vecchia” (baba) pensava che l’inverno fosse ormai finito. Così, prese il suo gregge e salì in montagna, insultando l’inverno e dicendo: «Non puoi più farmi niente, io e le mie capre siamo fuori!». L’inverno, offeso, chiese in prestito tre giorni alla primavera e a marzo scatenò una tempesta di neve gelida e vento furioso: le huke, ovvero i “ruggiti” o i “soffi”, per punire l’arroganza della vecchia, facendola congelare insieme al suo gregge.
In questo caso le babine huke hanno soffiato vento forte portando intense precipitazioni nevose cadute in meno di 24 ore che hanno generato il caos, bloccando le strade e portando oltre tre giorni interi di disagio nell’intero Cantone di Una-Sana e nella Provincia di Banja Luka. La neve pesante e bagnata ha divelto pali, strappato cavi e distrutto tralicci dell’alta tensione.
Il punto è che nonostante gli allarmi, non c’erano abbastanza squadre sul terreno e risistemare i danni tra le due entità è stato particolarmente complesso, con il risultato di lasciare praticamente per tre giorni le persone senza luce, acqua, internet e riscaldamento.
Non è stata sfortuna, ma incapacità di prevedere e prevenire, e soprattutto incapacità di mantenere in funzione e ordine quello che a malapena esiste. Il commento più comune sui social in questi giorni era: «I tralicci sono ancora quelli di Tito, almeno a quei tempi però funzionavano bene!». Oppure: «E noi dobbiamo pagare ogni mese i costi di manutenzione, ma di quale rete?».
Burocrazia
Questo è il problema chiave infatti: è la conseguenza di un sistema politico e amministrativo in cui il Pil non serve a costruire e manutenere infrastrutture, ma a nutrire una mostruosità burocratica fatta di ministeri duplicati, triplicati – in virtù della tripartizione politico amministrativa afferente agli accordi di Dayton: bosgnacca, croata e serba – che per ogni incarico politico si portano dietro un codazzo di segretari, portaborse, lacchè.
Dunque non sono le tempeste che mettono in ginocchio lo Stato, ma il sistema parassitario, il nepotismo, la corruzione, che non lascia niente a scuole, ospedali, ferrovie, infrastrutture e in questo caso allo stadio. Tutto questo, tutte le infrastrutture, cadono a pezzi. Le pareti scrostate dei maggiori edifici pubblici del paese sono la fotografia di un sistema che racchiude il vuoto soprattutto dentro, non solo fuori.
In un posto come la Bosnia Erzegovina, da decenni c’è un’emorragia di forza lavoro, se ne vanno operai, medici e insegnanti, svuotando le corsie e le aule perché qui il futuro è un concetto astratto. Con loro vanno via i giovani che terminano le scuole di medicina per cercare lavoro in Germania e Austria. I saldatori, gli autisti, i cuochi e i camerieri. E non solamente i ventenni se ne vanno, ora vanno via anche famiglie con bambini, adulti che hanno provato a restare, ma che ora non ci vogliono più stare. E i calciatori, anche loro se ne vanno.
Della nazionale bosniaca che sfiderà l’Italia, infatti, nessuno dei convocati gioca più in Bosnia. Un paese che sarebbe ricco di talenti in molti sport, ma che vede la gente andarsene.
La storia del film documentario La pista racconta con nostalgia un’intera nazione che ospitava con orgoglio le Olimpiadi invernali 40 anni fa, ma oggi la pista da bob viene protetta e curata da un ex campione e tre giovani che provano a restare, ma che probabilmente se ne andranno.
Questo paese, un tempo orgoglioso di aver costruito le proprie autostrade e ferrovie con il lavoro volontario dei suoi giovani nelle cosiddette radne akcije ora vede binari morti e buche nel terreno. In Federazione i treni sono un ricordo sbiadito o un’attrazione per turisti, per ogni spostamento ci si muove su gomma, su autobus che cadono a pezzi.
In Republika Srpska – la parte Serba della Bosnia – i politici si sono consegnati ai cinesi e sono riusciti ad avere una autostrada che li porta verso la Serbia.
Il paese è un puzzle di interessi privati spacciati per orgoglio etnico, dove l’unica cosa che scorre veloce è la fuga dei giovani. Resta chi non ha scelta o chi fa parte della “casta”.
Gli hooligan
Questo avvitamento sociale deborda nel “contorno" come quello degli hooligan che scambiano lo stadio per uno sfogo sociale, così come già avvenne agli inizi degli anni ’90 in Jugoslavia nella celebre partita Dinamo Zagreb - Crvena Zvezda Beograd, quando non solo i tifosi cominciarono un violentissimo pestaggio ma anche i giocatori tra loro si azzuffarono, decretando la fine della Repubblica socialista prima in uno stadio che nel parlamento.
I fatti di Tuzla di Gennaio 2026, con gli scontri selvaggi tra fazioni ultras, sono la dimostrazione di quello che bolle in pentola: una vera imboscata militare organizzata nei minimi dettagli, con decine di feriti e arresti che hanno trasformato le strade in un campo di battaglia.
Oggi come allora sono gruppi che agiscono come bracci armati della tensione politica, pronti a esplodere quando serve un nemico esterno. La rabbia di trent’anni di dopoguerra immobile esplode regolarmente sui gradoni di cemento.
Martedì sera, dunque, Italia-Bosnia. Da una parte una nazionale che cerca la forma, dall’altra un Paese che non ha nemmeno delle parole da cantare durante il proprio inno nazionale: quando venne creato dopo la guerra, le tre parti non riuscirono a mettersi d’accordo su un testo comune, scartando ogni parola o sinonimo che potesse suonare troppo “etnico” per gli altri.
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