Ci manca solo questo: la sfida dentro o fuori per la qualificazione fra Italia e Bosnia che si risolve ai rigori. Non per un rigore durante la partita, attenzione. Che quello può pure rientrare nella normalità. No, ai rigori, una parola che declinata al plurale evoca una storia nella storia del calcio. Di tutti, ma in particolare di quello italiano e bosniaco.

Sarà per questa vigilia arroventata, per l’ormai famosa esultanza di Di Marco e soci azzurri dopo il gol del diciottenne Kerim Alajbegovic che ha dato il pass per la finale alla squadra bosniaca, vissuta a Sarajevo come una mancanza di rispetto verso l’avversario in arrivo. Sarà per il freddo, zero gradi e dintorni, annunciato per martedì 31 marzo. Sarà per questo stadio, o stadiolo di Zenica, sia detto senza offesa, la casa della nazionale bosniaca anche a livello internazionale, 8.500 spettatori (gli italiani saranno 500) per la limitazione della capienza imposta dalla Fifa dopo i cori razzisti nella sfida di novembre con la Romania.

Un luogo, il Bilino Polje, che ha una storia perché proprio qui, nel 1994, si svolse il primo campionato di calcio bosniaco visto che «si sparava meno» rispetto alla Sarajevo assediata dai cecchini e dalle bombe, anche se le partite si giocarono con l’intermittente rumore degli aerei militari e quelli erano i giorni in cui saltò proprio per ragioni di sicurezza il viaggio di Papa Giovanni Paolo II da queste parti.

Fatto sta che l’idea di ritrovarci, in un’atmosfera non proprio amica, aggiunge ulteriore suspense a una partita che ne ha già abbondantemente di suo.

L’errore che ha distrutto la Jugoslavia

Si è scritto tante volte che il calcio, e lo sport, sono storia, altro che isola felice capace di distanziarsi dai guai del mondo. C’è una persona che è sicuramente un testimone speciale di questo discorso. Si chiama Faruk Hadzibegic, è un ex calciatore bosniaco, faceva il difensore con tanto di idolo azzurro nei sogni, Giacinto Facchetti. Fu lui a sbagliare dagli 11 metri un rigore che in qualche modo spianò la strada allo scoppio delle guerre dell’ex Jugoslavia.

Nei quarti di finale di Italia ‘90, la nazionale jugoslava guidata da un altro bosniaco, Ivica Osim, fu superata ai rigori dall’Argentina di Diego Maradona (che peraltro quel giorno sbagliò pure lui). Eravamo alle porte della tragedia. Se a Firenze, quel 30 giugno, avesse segnato qualcosa si sarebbe inceppato nel percorso che portò la Jugoslavia verso le diverse guerre che la frantumarono?

La domanda è diventata un libro, o meglio è il libro che è il padre della domanda, “L’ultimo rigore di Faruk”, scritto da Gigi Riva, che proprio sulle pagine di Domani ha raccontato di recente la genesi delle sue pagine e quell’iniziale incontro con il protagonista e le sue parole: «Io sono l’uomo che con un calcio di rigore ha distrutto la Jugoslavia».

I rigori che costellano la storia italiana

Il rigore di Faruk è entrato nella storia. Ma anche per l’Italia, i rigori hanno riempito pagine di trionfi e di cadute. Certo in questo caso la guerra non c’entra, ma quei gol e quegli sbagli sono entrati nella galleria dei ricordi indelebili. Prima gli errori di Serena e Donadoni contro Goycochea, poi la resa al Brasile nella finale “fornace” dell’ultimo Mondiale americano con gli sbagli di Roberto Baggio e Franco Baresi nel 1994.

Ma anche i rigori del cielo sopra Berlino, quello risolutivo di Fabio Grosso che ancora qualche giorno fa ha confessato a Repubblica di vivere ancora nei suoi sonni e nei suoi sogni la paura del pallone che non entra. E quelli di Wembley, l’Europeo vinto nel 2021, l’Italia dell’abbraccio fra Vialli e Mancini, di Donnarumma che para il tiro di Saka, il tutto seguito però dall’errore di Jorginho qualche mese dopo con la Svizzera nelle qualificazioni mondiali, l’attimo disgraziato che ci portò poi al playoff e all’eliminazione con la Macedonia del Nord.

Curioso che i rigori passino alla storia però più per gli errori di chi sbaglia che delle prodezze di chi para. In Argentina, dopo una Coppa America e i tre penalty sbagliati dall’attaccante Martin Palermo, si cominciò a usare l’espressione «un dia Palermo» per spiegare un giorno da dimenticare. Così ci ricordiamo più di Baggio che di Donnarumma. Eppure il portiere è una figura chiave persino della letteratura calcistica come dimostra il leggendario «rigore più lungo del mondo» ambientato in Patagonia da Osvaldo Soriano, con protagonista El gato Diaz, l’estremo difensore che aspettò il tiro decisivo per un’intera settimana.

Lo spareggio finale 

Non è fantasia, però, quello che succederà martedì sera. Dove ci troveremo, anche questa sembra una cosa fatta apposta per complicare le cose, un vero e proprio para-rigori. Nikolaj Vasilj gioca nella Bundesliga con il Sankt Pauli, la squadra capofila del calcio “sociale”, storica espressione del calcio dell’Amburgo di sinistra.

Vasilj è di Mostar, capoluogo dell’Erzegovina, una delle città simbolo della guerra con il suo Stari Most, il ponte mozzafiato distrutto nel conflitto, quello della storica gara di tuffi dalle grandi altezze nata tre secoli e mezzo fa e che oggi sopravvive ancora dopo la ricostruzione. E di tuffi se ne intende Vasilj che è stato uno dei grandi protagonisti dell’impresa gallese, parando ben due esecuzioni e apparecchiando la tavola per il graffio vincente di Alajbegovic.

Insomma, tirando le somme di questo dai e vai della memoria, dal più lontano al più recente, la variabile rigori non pare essere proprio la più vantaggiosa per sbrogliare la matassa della qualificazione. Forse, anche in questo caso, come già nell’approccio alla partita con l’Irlanda del Nord, l’Italia farebbe bene prepararsi a tutto, senza però strillarlo troppo.

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