Ogni volta che la nostra Nazionale manca l’accesso alla Coppa del mondo, e ultimamente succede spesso, da qualche parte sul web rispunta magicamente il famoso documento del Divin Codino, che avrebbe dovuto rappresentare la svolta per il calcio italiano, una sorta di panacea per tutti i suoi mali. Ma di cosa si trattava esattamente? Ed era realmente attuabile?
Ogni volta che l’Italia fallisce l’appuntamento con i Mondiali (con quello di quest’anno siamo già al terzo tentativo consecutivo di qualificazione fallito), da qualche parte sul web rispunta magicamente il richiamo al famoso documento di Roberto Baggio, che avrebbe dovuto rappresentare la svolta per il calcio italiano, una sorta di panacea per tutti i suoi mali.
Ma di cosa si trattava esattamente? Per capirlo dobbiamo riportare indietro le lancette sull’orologio. All’indomani della disastrosa avventura ai Mondiali sudafricani del 2010 (col senno di poi possiamo dire che almeno a quei Mondiali ci andammo…), dove l’Italia di Marcello Lippi, campione in carica, venne eliminata in un girone comprendente Paraguay, Slovacchia e Nuova Zelanda, la Figc affidò al Divin Codino la presidenza del settore tecnico.
Il Baggio nazionale prese sul serio il suo incarico e si preoccupò di redigere un documento di ben 900 pagine nel quale tracciava le linee guida di quella rivoluzione che avrebbe dovuto trasformare lo stantìo e conservatore calcio italiano.
Modello tedesco
Il piano presentato venne però velocemente accantonato, con conseguenti dimissioni di Baggio. Un’occasione persa per rinnovare il nostro football? Sicuramente, anche se, in realtà, di quel piano non esiste una copia in giro. Chi lo ha letto però assicura che si trattasse di una serie di idee davvero innovative per le nostre latitudini, che avrebbero prodotto una rinascita simile a quella che vide rifiorire il calcio tedesco dopo il fallimentare Europeo del 2000 (a tal proposito si consiglia di leggere il libro di Raphael Honigstein, Das Reboot)
Nelle 900 pagine del suo dossier Baggio avrebbe parlato soprattutto della necessità di rimettere la tecnica al centro del villaggio, abbandonando quei tatticismi che si vedono all’opera anche fra i più piccoli, per favorire invece il ripristino della centralità di aspetti quali il dribbling, il tiro e il passaggio, fondamentali in cui oggi i nostri calciatori spesso mancano. Non è però dato sapere come Baggio intendesse riaffermare la priorità di questi aspetti. Se, cioè, volesse reintrodurli come si faceva un tempo, in modo decontestualizzato (tramite esercitazioni come palleggi, il muro…) o se inseriti nel contesto di gara, là dove poi il calciatore è chiamato, in pochi secondi, a prendere delle decisioni.
La dispersione del talento
Accanto a questo aspetto ce ne sarebbero stati altri altrettanto interessanti, come quello riguardante la divisione dell’Italia in distretti federali, col compito di monitorare i talenti a livello locale. Questo monitoraggio avrebbe poi dovuto dare vita a una raccolta di informazioni che avrebbe consentito di creare una banca dati riguardante i giovani talenti. In questo modo si sarebbero corsi meno pericoli di dispersione del talento e si sarebbero potuti osservare i progressi dei giocatori più dotati.
Per questo motivo Baggio proponeva anche l’idea di costituire un Centro studi dove ricercatori universitari avrebbero collaborato con i tecnici federali per creare metodi di allenamento all’avanguardia, in grado di tenerci al passo con le altre scuole europee: utilizzo dei dati, controllo costante, sviluppo a livello locale… In questo senso il dossier conteneva idee innovative per l’epoca.
C’era poi la questione riguardante la formazione dei tecnici. Il piano di Baggio prevedeva che a Coverciano venissero formati gli allenatori, in modo da creare istruttori preparati. Non solo: i criteri di selezione dei tecnici dovevano essere improntati alla meritocrazia, con un percorso di studi lungo e articolato ed esami finali più duri di quelli attuali (dove non si boccia praticamente nessuno).
Anche qui però non è certo che Baggio volesse consentire l’accesso alla Scuola allenatori anche a potenziali tecnici senza alle spalle un passato da calciatore professionista, come fatto in Germania (dove sono usciti i vari Nagelsmann, Tedesco, Tuchel…) o se, invece, avrebbe voluto continuare a privilegiare gli ex calciatori, come accade ancora oggi. Tenendo conto che, successivamente, Baggio, su Il Venerdì di Repubblica, ebbe a criticare ex colleghi diventati opinionisti in tv, «ma incapaci di fare tre palleggi...con le mani», il dubbio è legittimo.
Alla fine dunque questo benedetto dossier Baggio ci avrebbe evitato le figuracce collezionate nel 2014 (altra eliminazione ai gironi) o le mancate qualificazioni del 2018, 2002 e, ora, 2026? Non c’è una risposta certa (sì o no) ma, di certo, si è trattato dell’ennesima dimostrazione che è molto difficile cambiare un sistema calcio che odora di vecchio.
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