Ma guardali ‘sti poveri dilettanti, quelli che tornano in pista dieci mesi dopo essersi sfasciati un ginocchio e vincono due ori olimpici (Federica Brignone), quelli che fanno le acrobazie in volo con il crociato lesionato e sanno pure conquistare una medaglia (Flora Tabanelli), o quelli che corrono in pista e sugli sterrati e nel frattempo trovano il tempo di laurearsi (Nadia Battocletti). O quelli che salgono sul tetto del mondo e hanno davvero, loro sì, il campionato più bello del mondo (i ragazzi e le ragazze della pallavolo).

Ma guardali ‘sti poveri dilettanti, quelli che hanno il numero uno del mondo (Jannik Sinner), ma vincono la Coppa Davis con le seconde e le terze linee, e tengono pure i conti in ordine. Poveri dilettanti che a via Allegri, nelle stanze del generone romano, faranno pure un po’ di simpatia, ragazzi perfetti da usare per un tweet, un post o un like targato Federcalcio quando vincono in giro per il mondo. Ma anche gli stessi dilettanti che il presidente Gabriele Gravina, a caldo, pochi minuti dopo la mancata qualificazione al Mondiale di calcio 2026, il terzo consecutivo che l’Italia salta, mentre tutto il Paese stava guardando, ha messo in un angolo: «Negli sport dilettantistici si possono adottare scelte e decisioni che nel professionismo non è possibile, mi riferisco all'uso di giovani e under all'interno dei propri tornei. Per non parlare di quelli che sono sport di Stato. Basti pensare allo sci: eccezione fatta per Arianna Fontana, tutti gli altri sono dipendenti dello Stato».

Le istituzioni e le dimissioni

Ah sì, lo Stato. Lo stesso che dopo la sconfitta contro la Bosnia si è affrettato a domandare le dimissioni del presidente della Figc. Il ministro dello Sport e dei giovani Andrea Abodi ha annunciato che chiederà «personalmente» a Gravina di dimettersi. «Mi aspetto un sussulto di dignità», ha detto Abodi. Anche perché, ha ricordato, «Giancarlo Abete prima e poi Carlo Tavecchio, dopo i fallimenti della nazionale, lasciarono». Per ora Gravina ha preso spazio, fa melina, catenaccio, ha messo l’autobus davanti alla poltrona. E ha convocato il Consiglio federale tra una settimana - keep calm e riunioni a tempo debito - perché poi, si sa, il tempo rimescola sempre tutto.

Nel frattempo, però, la gaffe ha fatto arrabbiare non più solo i tifosi (tanto quelli si possono tenere a distanza), ma il mondo dello sport intero. Quello dei dilettanti, insomma, che si è sentito chiamato in causa. Irma Testa quando c’è da menare non si tira indietro: «Mi alleno più dei calciatori guadagnando meno dei loro cuochi o delle loro tate. Nonostante questo, quando perdo (quelle poche volte) sento il peso di un'intera nazione che comunque non mi chiede niente perché impegnata a guardare il calcio. Forza Italia, la pasta e Toto Cutugno».

ANSA
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E subito l’hanno seguita a ruota tutti gli altri. Gianmarco Tamberi, Gregorio Paltrinieri, Iliass Aouani, Francesca Lollobrigida, Pietro Sighel e tanti altri. Un diluvio di tweet. Mattia Furlani, bronzo olimpico e oro mondiale nel salto in lungo, ha detto che il discorso di Gravina «ammazza proprio i valori dello sport» ed è «un insulto al calcio per ciò che ha detto, ma anche allo sport italiano».

Le under come soluzione

Il calcio, proprio lui: da sport nazionale è diventato un caso nazionale. E tocca ogni aspetto: vivai, soldi, capacità tecniche in campo, scelte politiche. Un Mondiale mancato è per sempre. Ma tre di fila sono un'apocalisse. Così ci si interroga: cosa fare? Ed eccole: le nazionali Under.

Ora il peso ricadrà su di loro. Sono i ragazzi che vincono, che si qualificano agli Europei e ai Mondiali giovanili, ma che restano sempre a un passo dal sogno: la Serie A. Per loro il massimo campionato è un recinto in cui entrare in punta di piedi. Quando ci riescono, certo. E se non ci riescono vanno all’estero, al Borussia Dortmund o al Paris. Come Fabio Chiarodia al Borussia M'gladbach, Andrea Natali all’Az Alkmaar, Michael Kayode al Brentford, Matteo Mantini al Grasshopper, Federico Coletta al Benfica. Anelli deboli di una catena comunque già fragile. Che, guarda un po’, parte proprio dai dilettanti, perché anche il calcio ha i suoi. Nell’elezione di Gravina è stato fondamentale (come lo è ormai da anni) il voto della Lnd, che lo stesso numero uno della Federcalcio ha definito la «spina dorsale del calcio italiano».

A proposito di federazioni, la Fitp guidata da Angelo Binaghi è al momento la federazione italiana con i bilanci migliori e la salute migliore del movimento, proprio assieme alla pallavolo. Ed è la quarta federazione italiana per soldi ricevuti da Sport&Salute, e nel 2025 ha sfondato i 250 milioni di ricavi, superando soprattutto quelli della Figc.

Le altre leghe

Se via Allegri piange, il resto del calcio italiano non ride. Lega di Serie A compresa, quella che si è precipitata a chiedere le dimissioni di Gravina un sospiro dopo i calci di rigore di Zenica. La stessa Serie A che a forza di call, kappa, brand e governance ha trasformato il calcio in un’azienda. Ma il problema è che non è riuscita a trasformarlo in un sistema adatto alla maglia azzurra.

Una battaglia dopo l’altra a farne le spese è stato lo sport. Perché un sistema regge gli urti, produce ricambio, distribuisce competenze, investe sul futuro. Un’azienda, invece, tende a difendere il trimestre, il palinsesto, il prossimo giro di diritti tv. E così il calcio italiano si ritrova ricco di parole e povero di giocatori, pieno di convegni e vuoto di idee, ossessionato dal prodotto ma incapace di proteggere la materia prima. Il cortocircuito sta tutto qui: mentre chi viene definito dilettante costruisce medaglie, conti in ordine e credibilità, il professionismo più potente del Paese continua a perdere terreno, partite e faccia. E forse è proprio il paradosso più incredibile: in Italia il dilettantismo non è più il problema, è la soluzione.

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