C’è da ricostruire una Federazione, una catena di comando, le radici di una struttura. Ma soprattutto c’è da ritrovare una cultura, come dimostrano alcuni gesti, il linguaggio più naturale dell’uomo perché sfuggono quasi sempre a un controllo razionale, avvenuti durante e dopo la tragica partita con la Bosnia. Senza moralismi inutili, nelle altre discipline ci sono dei riferimenti che possono indicare la strada al calcio di casa nostra
Ci sono da ricostruire una Federazione, una catena di comando, le radici di una struttura. Certo. Ma soprattutto c’è da ritrovare una cultura. Termine che non ha nulla di trombonesco o carducciano, ma che invece deve stare alla base di una Federazione, di una catena di comando, delle radici che danno vita a un movimento sportivo.
Ce lo dicono i gesti che compongono il linguaggio più naturale dell’uomo perché sfuggono quasi sempre a un controllo razionale. Un gesto è quello di Ignazio La Russa, presidente del Senato, che su X accusa Leonardo Bonucci di essere stato «presuntuoso» nell’aver indicato Pio Esposito come primo rigorista. Che diavolo ne sa La Russa delle dinamiche che portano a decidere la lista di chi tira i rigori; ma l’importante è entrare a gamba tesa che tanto qualcuno si piglia.
I gesti in campo
Un gesto figurato è quello di Rino Gattuso coach sotto tutela: un conto è vedere un allenatore che si consulta con i suoi collaboratori, con il figlio come faceva Carlo Ancelotti al Real, o con Lillo (Juanma, non Petrolo) come era solito fare Pep Guardiola al City. Altra cosa è osservare di continuo un uomo chiaramente sotto stress e con occhiaie da notti insonni come Gattuso circondato da altri due personaggi che sembrano commissari della Stasi, in divisa ufficiale, che entrano in campo, paiono dettare scelte e condizioni.
Gesti inequivocabili sono quelli di Alessandro Bastoni e Davide Frattesi. Perché il primo è entrato in quel modo su Dedic invece di attenersi alla regola del buon senso, ovvero accompagnare l’avversario che comunque in porta c’è Donnarumma e magari una pezza ce la mette? Perché è un gesto che parla di superomismo, del sentirsi un leader che poi nei fatti non si è. Spiace doverlo ricordare, ma quel fallo è l’altra faccia della medaglia della sceneggiata su Pierre Kalulu. Un gesto che parla di un punto di partenza sbagliato, nella testa più che sul campo.
Lo stesso punto di partenza che ha portato Frattesi ad abbattere Edin Džeko all’ultimo secondo prima dei rigori, unico ma proprio unico atto da lui compiuto in campo. C’è stato molto di partitella di cortile in Bosnia-Italia, però senza il fascino zuccheroso della memoria o delle versioni che di quelle partitelle offre di continuo la comunicazione pubblicitaria televisiva. Pio che calcia il rigore come se fosse Lothar Matthäus: d’accordo che il Trap (auguri per il compleanno) consigliava ai suoi in caso di tremarella di chiudere gli occhi e tirare forte: ma forse l’attaccante Pio-senza-Amedeo (per fortuna) avrebbe potuto esser consigliato a metterci un po’ di pensiero. Cristante che scaglia la palla contro la traversa e poi la ricolpisce con stizza, come se fosse stata la sorte a rispedirgliela addosso.
Piccoli e impreparati
Gesti che, come i Sassi del mare di Boccadasse secondo Gino Paoli, sono pezzi di pietra che l’acqua ha consumato. Sono lì e parlano. E se Gabriele Gravina s’arrampica su un vetro bagnato parlando confusamente di atleti professionisti e non (qualcuno si è ragionevolmente chiesto: ma chi la forma la classe dirigente dello sport italiano? Paperoga?), anche questo è un gesto. Di disperazione forse, ma che parla di una italicità piccola, non preparata (presidente, Arianna Fontana, l’italiana la più medagliata di sempre alle Olimpiadi, non pratica lo sci ma lo short track, che con lo sci ha l’unico punto in comune di svolgersi su una superficie fredda), tendente a un’eterna indulgenza nei confronti di figli che, poverini, è il mondo che non li capisce, ma loro sono dei tesorini.
E poi qualcuno si stupisce se uno sport che era lontano anni luce dal numero di praticanti e dal seguito del calcio, il tennis, si azzarda a dare l’assalto a San Siro, il tempio del calcio italiano, organizzandoci dentro un torneo come succederà fra un anno.
Servono gesti di riferimento, senza moralismi inutili ma che segnino la differenza e indichino la strada. Quello di Sara Hector e Thea Louise Sternjesund che all’arrivo del gigante olimpico (che non è, presidente Gravina, il gonfiabile dinoccolato che qualche volta si vede nei pressi degli arrivi delle gare) si inchinano a una, Federica Brignone, che le ha battute con una gamba sola. E lo fanno sorridendo. Roba da oratorio? Può darsi, ma è sempre meglio che inchinarsi come colpiti da uno scorpione senza essere stati sfiorati nemmeno da una libellula.
O quello di uno che ha vinto 25 titoli dello Slam e che, dopo essere stato macellato nella finale di Melbourne da uno che ha 20 anni meno di lui (Carlos Alcaraz), lo omaggia dicendo: quello che stai facendo è storico e leggendario. E Novak Djokovic non è certo uno stinco di santo.
Necessitiamo di gesti che implichino un cambio di rotta definitivo nemmeno dalle radici, ma dall’acqua che scorre sotterranea e che quelle radici nutre. C’è bisogno di formazione e di cultura. Se no non andremo mai più ai Mondiali e per fortuna che ci sono Kimi Antonelli e Marco Bezzecchi, Zaynab Dosso e Mattia Furlani, Thomas Ceccon e Lorenzo Musetti e Jannik Sinner a farci compagnia. Nell’attesa che qualcosa cambi.
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