Non recita, non interpreta un personaggio. Non è intimidito quando sfida i mostri sacri. Sa dire la cosa sbagliata nel momento giusto. Storia del bolognese che ha riportato l’Italia sul tetto del mondo vent’anni dopo. La Gen Z che si prende la scena diventa una speranza
Campione, fenomeno, predestinato. L’importante è esagerare. Poi guardi Kimi Antonelli, 19 anni, 6 mesi, 18 giorni, con l’aria spaesata e felice. Ha appena vinto il gran premio in Cina, il primo della sua vita. Ha riportato l’Italia sul gradino più alto del podio a vent’anni dall’ultima volta. Gli passano il microfono: tutto il mondo lo guarda. «Mi sto cagando addosso». Ma sì, viva la sincerità. Gli viene da piangere, e lo fa. Kimi, un ragazzo fortunato e emozionato. È il figlio del vicino, il solito bravo ragazzo. Ci avevano raccontato che la Formula 1 era roba da duri, una lotta all’ultimo sprint. Drive to survive, baby. Ma Antonelli ci racconta un’altra storia: più semplice, che sa di crescita e di passione. Senza epica né retorica. Con la mamma Veronica che adesso lo aspetta a casa per preparargli le tagliatelle: «Quelle al ragù. Ovunque sia nel mondo cerca sempre la pasta, qui la troverà di sicuro migliore». Ci voleva questo bimbo d’oro per rimettere la Formula 1 al centro di una dimensione autentica, pratica e umana. Non i regolamenti. Altro che l’elettronica.
La vittoria di Antonelli è quella del pilota che batte la macchina, o almeno quella in cui la macchina va dove vuole lui. «Dopo la qualifica ho detto che volevo riportare l’Italia in vetta alla Formula 1 e l’ho fatto». Antonelli sembra nuovo perché mentre va forte resta riconoscibile. Non recita il campione. E non interpreta un personaggio: è un ragazzo che sa anche dire la cosa sbagliata nel momento giusto.
Cosa guardano le nuove generazioni
A luglio Formula 1 e Motorsport Network, la più grande società di media al mondo nel settore degli sport motoristici, hanno pubblicato il Global F1 Fan Survey, uno studio condotto ogni quattro anni per monitorare l'evoluzione del coinvolgimento dei fan a livello globale. Oltre 100.000 risposte di fan da 186 paesi. È venuto fuori che la Gen Z sta contribuendo a plasmare il ritmo del tifo moderno, interagendo con lo sport più frequentemente e a un livello emotivo più profondo. Strano: la distanza tra Formula 1 e la realtà è totale. La velocità non la puoi toccare. Life on Mars?, chiedeva Bowie. Eppure i fan si sentono trasportati nell’azione. «Questo studio dimostra che i fan seguono sempre più la Formula 1 per le storie e le numerose opportunità di interagire con lo sport, e poi si appassionano alle fantastiche gare», aveva detto Stefano Domenicali, presidente e Ceo della Formula 1.
I piloti piacciono ai ragazzi e alle ragazze, i più giovani si ispirano al loro stile e alle loro storie. Negli Usa, il 70 per cento degli intervistati della Gen Z interagisce con la Formula 1 quasi ogni giorno. La serie Netflix è un successo di pubblico e critica e alimenta da anni un linguaggio pop che ha allargato il recinto della Formula 1 ben oltre gli appassionati storici. E anche F1: The Movie, il film di Joseph Kosinski candidato a quattro premi Oscar, sta avendo un ruolo in questa narrazione. La Formula 1 raccontata come luogo di valori, in cui arriva sempre il turno di chi se lo merita. Come succede al vecchio campione Sonny Hayes (Brad Pitt) che vince, è vero, ma solo per lasciare spazio al nuovo che avanza: il giovane ventenne Joshua "Noah" Pearce.
Un ragazzo cresciuto nel paddock
Ma per quanto il racconto abbia il suo peso, alla fine serve sempre un volto vero. Uno credibile. Uno che faccia saltare il confine tra copione e paddock. Finzione o realtà? Questo dilemma lo ha sbrogliato Antonelli. Che sul podio di Shanghai era insieme a Lewis Hamilton, che vinse il suo primo Gran Premio quando Kimi aveva 9 mesi. Kimi succede a Giancarlo Fisichella, che vinse in Malesia esattamente vent’anni fa, il 19 marzo 2006. Cinque mesi prima che Antonelli venisse al mondo. La vittoria del Gp di Shanghai ridà alla Formula 1 tutto quello che l’industria stava cercando nelle rappresentazioni. Giovinezza, autenticità, semplicità. Un ragazzo con la faccia pulita. «Mah, io sono un ragazzo normale. Avevo un bel gruppo di amici a scuola e quando torno a Bologna cerco di passare quanto più tempo possibile con loro. Nel mio sport sono un po’ solo», ha raccontato Kimi. E dentro le parole ci sono insieme la sua età e il prezzo del talento. La gloria e la sottrazione. La velocità e la solitudine. Kimi è nato a Bologna nel 2006, è cresciuto dentro i motori. Il padre Marco ha corso e ha fondato un team. E la mamma, che lavorava alle poste, si è messa a dare una mano nel paddock. Kimi aveva un mese e dormiva già nel paddock, il rombo dei motori lo ha cullato. La prima volta in Formula 1 aveva otto anni.
Erano al Gp di Hockenheim, non c’era un pass per lui, così suo padre per farlo entrare nel paddock lo nascose dentro una pila di gomme e lo coprì con un ombrello. Funzionò. E ha debuttato in Formula 1 senza avere ancora la patente per guidare in strada. Ha funzionato ancora. «È strano aver già guidato in F1 e non aver ancora la patente», aveva detto, scherzando sul fatto che la parte più difficile sarebbe stata sentirsi dire di andare piano. E fare il parcheggio, ovviamente. Poi la patente l’ha presa davvero, lo scorso gennaio, missione compiuta. Pochi mesi dopo si è preso anche la maturità, all’istituto tecnico Salvemini di Casalecchio di Reno, indirizzo Relazioni internazionali per il marketing. Quando uscì dalla prima prova disse: «Ho fatto del mio meglio». Scelse una traccia sul rispetto. Anche questo, in fondo, racconta qualcosa di lui: il pilota che il mondo voleva trasformare in manifesto del futuro, a diciotto anni aveva ancora i libri nello zaino e un esame da preparare tra un briefing e una galleria del vento. Gli piace il calcetto, quando è a casa va a vedere il Bologna al Dall’Ara e le partite di basket della Virtus, adora i videogiochi. Sembra quasi un diciannovenne come gli altri.
Pronto da subito
Per questo la vittoria di Shanghai pesa anche più del trofeo. Antonelli partiva dalla pole, la più giovane di sempre, e in gara ha fatto la cosa più difficile: non si è fatto prendere dalla fretta. Ha gestito, ha tenuto il passo, ha respinto il ritorno di Russell, e anche quando nel finale è andato lungo dopo un bloccaggio non ha perso la testa né il controllo della sua macchina. Ha vinto con più di cinque secondi sul compagno di squadra, dentro una Mercedes in doppietta, in una domenica già strana per i problemi che avevano svuotato la griglia di alcuni protagonisti. Ma le gare vanno anche sapute leggere, non solo guidare. E lui l’ha letta da grande. Quando Toto Wolff, il team principal della Mercedes lo scelse, nessuno gli diede credito: «La gente diceva che non era pronto, ma lui ha dimostrato quanto vale». Gli hanno dato un anno (lo scorso) per capire, studiare le corse, la macchina, i dettagli. Non è andata tanto male: due terzi posti (Canada e Las Vegas) come miglior risultato. Il futuro è suo. E magari di tutti quelli come lui. Non c’entra solo con lo sport. In una Formula 1 che perfino nel calendario ha sentito il peso delle guerre, cancellando in queste ore Bahrain e Arabia Saudita per ragioni di sicurezza, la Gen Z che si prende la scena diventa una speranza. E se hanno pure l’aria scanzonata di Kimi, beh, tanto meglio.
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