Un segnale d’allarme per la tenuta finanziaria dello sport globale. È giunto nella tarda serata di mercoledì 15 aprile, quando il Financial Times e il New York Times hanno diffuso un’indiscrezione: Public Investment Fund (PIF), il fondo sovrano saudita che a inizio 2026 veniva catalogato come il quinto più ricco al mondo con un portafoglio di asset stimato in 1,15 trilioni di dollari, avrebbe avviato un’operazione di ridimensionamento di LIV Golf.

Con la medesima velocità di diffusione della notizia si sono mosse le smentite. Obiettivo: rassicurare. In primis i giocatori e gli sponsor, ma soprattutto gli ambienti finanziari internazionali. A questi ultimi andava inviato un messaggio sulla solidità dell’economia saudita, che proprio sul segmento di sport e intrattenimento ha puntato forte per edificare quell’immagine da “nuovo Rinascimento” che un improvvido ex premier italiano ha contribuito a divulgare.

Sulla riuscita della contromossa comunicativa c’è da dubitare: troppi e ricorrenti sono i segnali che la hybris del principe ereditario Mohammad bin Salman si è scontrata con una durissima realtà. E che molti fra i progetti più ambiziosi del piano Vision 2030 hanno dovuto subire dilazioni o drastici ridimensionamenti. Dunque, non sarebbe sorprendente se la sopravvivenza del ricchissimo circuito golfistico di marca saudita fosse messa in dubbio. E le implicazioni di questo passaggio avrebbero una portata che va ben oltre il segmento del golf.

Battuta d’arresto dei progetti superleghisti

Fra i segnali più potenti ce n’è uno di particolare significato per le traiettorie di sviluppo dello sport globale: l’ingolfamento di un progetto superleghista. Perché esattamente questo è LIV Golf: un’organizzazione creata per partire all’attacco degli attori esistenti nello specifico ecosistema della disciplina sportiva e portargli via risorse (leggi: giocatori) contando su una forza economica non pareggiabile.

Il lancio di LIV nel 2021 è avvenuto tramite razzia di giocatori a danno dal PGA Tour. Che a sua volta ha aumentato il montepremi per scongiurare l’esodo: col solo effetto di avviare una spirale inflazionistica fuori controllo. Dissanguarsi in due è meglio che in uno. Il conflitto fra le due organizzazioni è andato avanti a colpi di carte bollate e sul terreno delle normative antitrust. Cose già viste. E celebrate anche perché nessuno si aspettava lo scenario di adesso: che PIF, nel vero senso dell’espressione, rischiasse di esaurire la benzina. Giusto per ricordare che nessuno ha risorse illimitate. E che anche i ricchi sfondati, prima o poi, devono darsi qualche misura di sobrietà.

A motivare la frenata di PIF sarebbe non soltanto la smisurata crescita dei costi per i progetti del principe ereditario, ma anche il fatto che LIV Golf si è rivelato una fornace alimentata a denaro in quantità spropositate. Stando alle cifre riportate da BBC Sport, l’investimento del fondo sovrano saudita avrebbe oltrepassato i 5 miliardi di dollari (4,24 miliardi di euro). La più recente iniezione di denaro, a inizio 2026, è stata di 226 milioni di euro e il bilancio dell’intera impresa parla di perdite che viaggiano spedite verso il miliardo di euro (930 milioni).

Progetti strategici e disimpegno

Cifre del genere sono motivo sufficiente per giustificare un ridimensionamento di questo progetto. Che rientra nel quadro di una ridefinizione degli impegni sui progetti strategici, annunciata nei mesi scorsi da PIF: priorità a Expo 2030 e ai Mondiali di calcio 2034. Un modo elegante per dire che su questi due dossier il regno si gioca la faccia sulla scena globale.

Resta da chiedersi come cambierà, da qui in avanti, l’atteggiamento dei sauditi rispetto agli investimenti nel mondo dello sport. Negli anni più recenti il regno ha iniettato denaro in quasi tutte le discipline, diventando il principale finanziatore dello sport globale. Basta ricordare la recente partnership fra PIF e ATP nel tennis, o il massiccio investimento nel ramo degli esports, per giungere all’ingresso di Saudi Aramco fra i partner principali della Fifa.

Se davvero dovesse essere impressa una frenata a questa politica di espansione, le ripercussioni sullo sport globale sarebbero pesanti: chi potrebbe sostituire i sauditi nel ruolo di grandi finanziatori? E soprattutto: sarebbe mai possibile ridimensionare i livelli del business agli standard antecedenti questa esagerata immissione di capitali?

Si tratta di quesiti per niente banali. Fra i più preoccupati troviamo i tifosi del Newcastle United, club controllato proprio da PIF e il cui presidente (Yasir Al-Rumayyan) è anche presidente del fondo. Ci si aspettava che l’ingresso dei sauditi facesse dei Magpies il nuovo Manchester City, e invece adesso potrebbe essere il momento della definitiva disillusione. Un altro segnale è proprio delle ore recenti: PIF ha appena ceduto il 70 per cento del pacchetto azionario di uno dei quattro club della Roshan League che ha messo sotto il proprio controllo, l’Al-Hilal di Simone Inzaghi. A comprare è stato un altro soggetto saudita, Kingdom Holding Company, di proprietà del principe Al Waleed bin Talal. Una prima dismissione che sa di partita di giro, con sollecitazione fatta ad altri soggetti dell’economia saudita affinché comincino a socializzare l’immane sforzo del fondo sovrano. Non una strategia di grande respiro, francamente.

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