Giovanni Malagò lascia il ruolo di presidente della Federcalcio e ottiene l’incarico di commissario straordinario. È questo il responso del “giorno della verità” per lui, la Figc e tutto il calcio italiano, il cui futuro era appeso alla richiesta - avanzata dal presidente del Coni Luciano Buonfiglio e sostenuta dal governo nella persona del ministro dello Sport Andrea Abodi, che aveva evocato un commissariamento del Coni qualora non fosse stata ristabilità la «legalità» in Federcalcio) - di commissariamento della Federazione italiana gioco calcio per il mancato tesseramento del presidente eletto, Malagò appunto, al momento della candidatura alla guida della Figc.

Lo scenario emerso proprio alla vigilia, (dopo settimane di strascichi, polemiche, conta dei voti pro e contro il commissariamento e caos sulla posizione di alcune figure, Diana Bianchedi in primis), è stato confermato sia nella prima che nella seconda “partita”, ovvero il voto nella Giunta Coni che si riuniva alle 13 e al Consiglio nazionale dello stesso organo, il cui incontro a porte chiuse era in programma alle 14.

La Giunta ha votato all’unanimità (su 15 membri si è astenuto il solo Malagò) per il commissariamento della Federcalcio. Ma indicando, come commissario, lo stesso Giovanni Malagò, riconosciuto anche dai “rivali” incolpevole del mancato tesseramento. Una decisione poi ratificata, sempre all’unanimità, dal Consiglio nazionale. Malagò quindi lascia lo scranno da presidente per rientrare dalla finestra nella posizione, paradossalmente ancora più forte, di commissario straordinario. L'assemblea elettiva della Figc, ha stabilito inoltre la Giunta, si terrà entro e non oltre il 31 gennaio 2027.

La crisi di governance del calcio italiano sarà ufficiosamente risolta: Malagò avrà il tempo di formalizzare, stavolta davvero, il suo tesseramento, convocare nuove elezioni entro pochi mesi (al momento non si vede all’orizzonte un possibile avversario che possa insidiare l’ex presidente del Coni, eletto pochi mesi fa sfiorando il 70 per cento delle preferenze e con il fondamentale appoggio della Lega Serie A) e tornare a guidare il calcio italiano con una legittimazione maggiore. Soprattutto limitando le “mire” e le incursioni della politica sul pallone.

La riunione fondamentale per arrivare alla scelta sul commissariamento è avvenuta ancora prima della Giunta Coni e ha visto come protagonisti Buonfiglio e Malagò, eterni amici-nemici. Dalla Giunta, infine, è emerso anche uno scenario: Bianchedi potrebbe rientrare nell'organico della Figc. L'attuale vicepresidente vicaria del Coni ricopriva il ruolo di capa delegazione della Nazionale prima delle dimissioni presentate alcuni giorni fa dopo le parole di Abodi. Successivamente l'Anac aveva stabilito che tra le due cariche non c'è conflitto di interessi, motivo per cui Bianchedi ha potuto esprimere il suo voto oggi e, nelle intenzioni di Malagò, può tornare capa delegazione.

I pareri

Malagò, alla vigilia, ha incassato di nuovo il «completo supporto» della Lega di A, che dopo una riunione dei club a Milano ha emesso una nota che si oppone al commissariamento (giudicato «inopportuno») e soprattutto alla trasformazione dei vertici dello sport italiano in un'aula di tribunale o della facoltà di Giurisprudenza: la Lega infatti «si dissocia e prende le distanze dalla apparente querelle giuridica di cui non comprende i fondamenti in diritto e le ragioni politiche».

Sia la Giunta che il Consiglio hanno sul tavolo nove pareri in tutto: 4 a favore della linea del Coni (che sostengono che il tesseramento era «requisito essenziale») - e 5 a favore della linea Malagò (per cui il tesseramento non era essenziale e la mancanza non è una «grave violazione» tale da giustificare un commissario).

Documenti che non rendevano certo l’esito del voto alla vigilia. E che hanno portato a un accordo sottobanco che conviene a tutti: Malagò resta in qualche modo alla guida della Figc e Buonfiglio potrà dire ai suoi interlocutori politici di aver raggiunto la missione, cioè commissariare una Federcalcio le cui elezioni erano avvenute in mancanza di un requisito considerato essenziale, ristabilendo quella «legalità» a cui sia Buonfiglio che Abodi hanno fatto spesso riferimento nei giorni scorsi.

Davanti a cotanta realpolitik poco importa se, alla prova dei fatti, si tratta del solito escamotage all’italiana per risolvere un problema formale senza cambiare realmente le cose. Per le componenti del calcio, la decisione mette in salvo l’indipendenza della Federazione dalle ingerenze politiche. Per la politica, si tratta comunque di aver fatto rispettare un principio con il piacevole effetto collaterale di aver messo i bastoni tra le ruote di Malagò. 

Mentre la Nazionale di Roberto Mancini si sta ricostruendo, portando a casa i primi risultati convincenti in assenza di vere riforme che possano dare nuova linfa alla lista dei giocatori convocabili da qui a dieci anni, sembrerebbe che la notte tremenda di Zenica sia già un lontano ricordo.

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