Il 23 maggio prossimo saranno passati esattamente 19 anni dall’ultima volta che il Milan ha alzato al cielo la Champions League. Oggi, dopo la sconfitta interna subita a opera dell’Atalanta (una squadra che si è presentata a San Siro senza avere nulla da chiedere al campionato), il pericolo è che i rossoneri manchino la qualificazione alla prossima edizione della competizione europea per club più prestigiosa. Dove invece la società meneghina dovrebbe essere di casa, avendola vinta per sette volte (solo il Real Madrid ha fatto di meglio, con 15 successi).

Se il Milan dovesse restare fuori dall’Europa che conta, per il club si tratterebbe della seconda volta consecutiva. Un danno economico non indifferente per una società che punta ad arrivare fra le prime quattro come priorità (e non dunque alla vittoria del campionato) e uno smacco per i tifosi che, contro l’Atalanta, sul risultato di 0-3, si sono divisi fra coloro che hanno abbandonato in anticipo San Siro e coloro che, invece, hanno proseguito a suon di cori e fischi quella contestazione iniziata già durante il prepartita.

Tutti colpevoli

La situazione che sta vivendo il club rossonero è drammatica, sportivamente parlando. Sul rettangolo verde, la squadra è stata assemblata male e lascia a desiderare anche sul piano della proposta di gioco. Fuori dal campo, le linee guida dettate da RedBird (il fondo statunitense proprietario del Milan) cozzano con le aspirazioni della tifoseria.

I maggiori colpevoli della situazione attuale sono stati dunque individuati in Massimiliano Allegri e nell’amministratore delegato Giorgio Furlani. Ma è davvero così?

Sul lato squisitamente tecnico, certamente Allegri ha delle responsabilità. Per tutto il girone d’andata la squadra si è tenuta in piedi grazie alle parate di Mike Maignan e all’efficienza realizzativa dei giocatori a disposizione. Una volta venute meno queste certezze, la compagine rossonera ha evidenziato le magagne di una rosa costruita senza un apparente criterio e di un gioco estremamente passivo, che ha finito per non esaltare nessuno dei suoi interpreti.

Il caso più emblematico, ça va sans dire, è rappresentato da Rafa Leão. Inizialmente ribattezzato da Allegri come attaccante centrale, il portoghese non si è mai trovato a proprio agio in quella posizione, costringendo di fatto il tecnico a ricollocarlo a sinistra, nella sua comfort zone. Un riposizionamento che però non ha giovato al ragazzo, mai diventato leader tecnico della sua squadra, spesso abulico e, in generale, dimostratosi più un equivoco tattico che una risorsa. Insomma, il lusitano non difende, gioca a sprazzi, non è decisivo.

Player trading

Al di là di queste disamine, però, il problema maggiore è rappresentato dalla direzione che la società ha intrapreso una volta entrata nell’orbita RedBird. E qui torniamo a Furlani, altro pomo della discordia per il tifo rossonero.

In realtà l’ad sta svolgendo egregiamente il lavoro che gli è stato affidato, vale a dire quello di tenere i conti in ordine. Se ciò significa vendere giocatori sui quali invece si potrebbe (o si sarebbe potuto) costruire un avvenire (in passato Tijjani Reijnders e Pierre Kalulu, domani, forse, Christian Pulisic e Adrien Rabiot), questo non è importante.

Quello che conta infatti è tenere a posto i bilanci, aspettando nel frattempo che si risolva la grana relativa allo stadio San Siro e, magari, che si realizzi il progetto Nba Europe, che dovrebbe vedere una franchigia collocata a Milano con i colori e la benedizione del Milan.

Insomma, il core business del club non pare essere il risultato sportivo. Questo spiega anche i motivi dell’allontanamento di Paolo Maldini, una autentica leggenda a quelle latitudini che subito dopo l’addio sembrò prevedere il futuro («Oggi comandate voi, ma per favore rispettate la storia del Milan», disse in un’intervista a Repubblica), e il ruolo ridimensionato assunto da Igli Tare.

Per quanto riguarda l’ex bandiera rossonera, il suo licenziamento (avvenuto nonostante un miglioramento dei conti e uno scudetto vinto) è stato figlio di una visione divergente con la proprietà, che ha preferito fare a meno di Maldini (e del direttore sportivo Frederic Massara) per affidarsi a un nuovo gruppo operativo composto da Furlani, dall’ex capo scouting Geoffrey Moncada, da Zlatan Ibrahimović e, appunto, da Tare.

I ruoli di questi ultimi due però non sono mai risultati molto chiari. In particolare quello dell’ex ds della Lazio: ha veramente avuto voce in capitolo su tutti gli acquisti effettuati quest’anno? Il dubbio è legittimo.

Infine, c’è il tema della posizione assunta dai tifosi. Anche un anno fa si assistette a una contestazione nei confronti della proprietà, subito disinnescata da un mercato estivo nel quale il club ha comunque speso (90.63 milioni di euro circa, tutto compreso, secondo quanto riportato da Calcio e Finanza). Ora che quel mercato, escludendo Modrić, si è rivelato ancora una volta fallimentare, è riesploso il dissenso.

Durerà o si placherà nuovamente con la firma di qualche altro giocatore di grido (Leon Goretzka?), anche se magari avulso dal contesto tecnico?

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