In sette anni il campione spagnolo si è operato dieci volte. L’infortunio dopo la caduta a Le Mans è l’ultimo episodio di una carriera segnata da talento e fragilità. L’ostinazione, e qui il parallelismo con Mick Doohan viene naturale, lo ha sempre spinto a tornare in sella anche a costo di bruciare le tappe, senza rinunciare al suo stile di guida spericolato
Il bollettino medico dell'incidente di Le Mans parla chiaro per Marc Márquez. Il nove volte campione del mondo si è sottoposto a una doppia operazione chirurgica: la prima per fissare la frattura al piede destro rimediata nell’highside sul circuito francese, l'altra per sistemare un trauma precedente alla spalla destra. I medici hanno rimosso due viti e un frammento osseo residui di un intervento del dicembre 2019, che si erano spostati comprimendo il nervo radiale.
Sono ben dieci le operazioni a cui Márquez si è sottoposto tra novembre 2019 e maggio 2026: una doppia cifra simbolica e sintomatica di un travaglio senza eguali nella storia del motociclismo per durata e complessità, capace di dissuadere chiunque dal continuare a gareggiare.
L'ostinazione di Márquez resta però il fattore che più lo contraddistingue, superando persino le sue vittorie: questa forza permea e plasma ogni aspetto della sua carriera, dall'ambizione alla longevità: è il suo diciannovesimo anno nel Motomondiale.
Attese e ritorni
A questo punto della storia, sembra che Márquez stia quasi diventando vittima della sua sconfinata passione. Nei due anni in Ducati, prima in Gresini e poi nel team ufficiale, il pilota catalano ha dichiarato a più riprese come la sua più grande vittoria, ancor prima del titolo conquistato nel 2025, sia stata quella di tornare a divertirsi in moto. Dopo un calvario lungo quattro anni, tra operazioni all'omero, la diplopia e la perdita di feeling con la Honda, Márquez aveva ritrovato serenità ed entusiasmo a Borgo Panigale.
Lo sfortunato incidente dell’ottobre scorso a Mandalika ha cambiato ancora una volta la traiettoria della sua carriera, riportando le lancette indietro di qualche anno: un'altra operazione dura da digerire per un corpo già martoriato. Nelle prime gare del 2026 Márquez ha provato a camuffare il dolore, ma le sue difficoltà nella guida - palesate da cadute come quella rovinosa nelle prove libere di Austin e da risultati sottotono - sono emerse inesorabilmente.
La scoperta della vite che ostruiva il nervo è arrivata dopo Jerez: l'intervento alla spalla era dunque già programmato, sebbene non auspicato in abbinamento a quello al piede. È il cronoprogramma del ritorno in pista a far riflettere. L'obiettivo dichiarato è quello di tornare al Mugello, a fine mese: una scelta che invita alla cautela, considerando quanto la storia recente suggerisca un approccio più graduale a questi infortuni.
Il paradosso del campione
Questa fretta di bruciare le tappe mette in luce un contrasto con l’immagine del Márquez saggio che avevamo imparato a conoscere di recente. Emerge una singolare dualità nel vedere l’uomo che appena un anno fa consigliava a un Jorge Martín ammaccato di non prendere decisioni sull’onda del dolore. All’epoca, Márquez sembrava aver metabolizzato la lezione impartitagli dal suo stesso omero nel 2020: il corpo ha tempi che il cronometro non può negoziare. Oggi, invece, quella accortezza sembra essere stata messa in soffitta. È il paradosso del campione: capace di estrema lucidità verso i colleghi, ma pronto a sacrificare ogni logica per il proprio richiamo alle corse.
In questo approccio ostinato, il parallelismo con Mick Doohan viene naturale. Doohan corse per anni con una gamba che era poco più di un supporto, azionando il freno posteriore con il pollice perché la caviglia non rispondeva più. Márquez è il suo erede spirituale: un pilota che ha trasformato la propria anatomia in una funzione della moto. Se Doohan alzò bandiera bianca nel 1999, dopo l’ennesimo volo a Jerez che gli fece capire che il credito con la sorte era esaurito, Márquez sembra convinto di avere ancora un ultimo jolly da giocarsi.
The last dance
A rendere questo equilibrio ancora più precario è lo stile di guida che ha reso Marc l'alieno che conosciamo. Nonostante il passaggio alla Ducati abbia richiesto una parziale pulizia delle linee, il Dna di Márquez rimane legato a un uso brutale del posteriore. La sua capacità di caricare il retrotreno per forzare l'ingresso e la percorrenza è ciò che lo rende ancora oggi l’unico in grado di compiere manovre incredibili, ma è anche il fattore che lo espone a rischi enormi. L'highside di Le Mans è il manifesto tecnico di questo rischio.
Siamo probabilmente di fronte all'ultima grande danza per lo spagnolo. Il ritorno lampo per il Mugello è una scelta di chi sa perfettamente che questa potrebbe essere l'ultima stagione in cui il suo talento può ancora compensare i deficit di un corpo che lambisce sempre più i suoi limiti.
Dopo il titolo del 2025, perfetto esempio di giustizia poetica, questo 2026 si sta rivelando l’ennesima grande sfida di una carriera che richiama sempre più un poema omerico.
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