Avanti 3-1 nella serie, con il fattore campo a proprio favore e una regular season condotta senza sbandamenti nonostante l’assenza perdurante di Jayson Tatum, recuperato soltanto in coda alla stagione e chissà, forse forzato al rientro proprio da un’annata per alcuni versi sorprendente, i Boston Celtics devono essersi sentiti al riparo da ogni possibile sorpresa.

Dall’altra parte, del resto, i Philadelphia 76ers sembravano il classico pesce fuor d’acqua, una squadra che era andata avanti a spallate durante la stagione, con un veterano strapagato che è ormai l’ombra della stella che fu (Paul George ha percepito quasi 52 milioni di dollari in questa stagione e il suo contratto andrà addirittura a salire, con una player option nel 2027-28 da quasi 57 milioni a 37 anni suonati) e il terzo giocatore più pagato della lega che si tiene in piedi con il nastro adesivo.

Boston non l’ha visto arrivare

In Gara 4, il suddetto si è presentato in campo per la prima volta nella serie: 26 punti, 10 rimbalzi, 6 assist in 34 minuti. Il canto del cigno, secondo molti, in una partita che i Sixers hanno perso 128-96, senza appello. Ma come disse Rudy Tomjanovich dopo la vittoria del titolo degli Houston Rockets nel 1995, «Never underestimate the heart of a champion». E così, dal nulla, Joel Embiid è tornato a essere Joel Embiid, il quasi Mvp del 2022 diventato poi effettivamente Mvp nel 2023, quello delle uniche due stagioni in cui il fisico lo ha supportato al meglio all’interno di un contesto tecnico di alto livello.

Da quel momento in avanti, Embiid è ripiombato nel dramma dei problemi fisici di inizio carriera: 39 partite di regular season nel 2023-24, 19 nel 2024-25, 38 in questa stagione. Un’annata, l’ultima, in cui ogni volta in cui è stato in campo è sembrato un giocatore capace di spostare le montagne con lo sguardo, con 27 punti e quasi 8 rimbalzi di media a partita in meno di 32 minuti di utilizzo.

Boston non lo ha visto arrivare, non ha pensato che dall’altra parte potesse manifestarsi l’uomo che a lungo è stato seduto allo stesso tavolo di Nikola Jokic nei discorsi su chi fosse più forte. Con una punta di sadismo, c’è stato chi ha scritto che a rimettere in piedi Embiid è stato l’odio per i Celtics. È una lettura banale e brutale, da tempi moderni, eppure il centro dei Sixers è sembrato davvero un uomo in missione.

Dal momento in cui ci è entrato, ha dominato la serie con la leggerezza dei più grandi. Ha esposto al mondo tutti i problemi difensivi di Boston nel ruolo di 5: inconsistente a questi livelli il pur generoso Queta, improponibile da tempo Vucevic, raffazzonata la scelta di Mazzulla di provare a dirottare sulle sue tracce Garza, uno che da due anni sembra sull’orlo di tornare in Europa, eppure trova sempre il modo di rimanere in Nba.

Inarginabile

Embiid ha rischiato di non vivere questa striscia da sogno per un problema anomalo per quello che è il suo storico: si era infatti fermato per via di un’appendicite che lo aveva messo ko proprio alla fine della regular season. A differenza del passato, ha scelto di lasciare che fosse il campo a parlare, evitando dichiarazioni altisonanti al termine di gare in cui il suo tabellino bastava e avanzava per esporsi in sua vece.

Affiancato da un sontuoso Tyrese Maxey, dal sottovalutato rookie Vj Edgecombe e da un parzialmente ritrovato Paul George, Embiid ha preso Phila per mano e l’ha portata a giocarsi Gara 7 in casa degli arcirivali biancoverdi, peraltro privi di Tatum con un’assenza che si è concretizzata a poco meno di due ore dalla palla a due.

E stavolta non ha steccato, accusa che gli veniva urlata spesso in passato: 34 punti, 12 rimbalzi e 6 assist nella terza sfida consecutiva giocata senza un domani. È diventato così il primo giocatore della storia Nba a segnare almeno 100 punti in una serie playoff avendo saltato le prime tre partite. «Non avevamo i mezzi per arginarlo», ha detto, in un esercizio di brutale onestà, Jaylen Brown, trascinatore dei Celtics nel corso della stagione.

I Sixers hanno dominato Gara 7, l’hanno condotta dall’inizio alla fine, hanno saputo respingere persino il 16-4 di parziale con cui Boston si è riportata sotto all’inizio del quarto periodo. E così, per la prima volta, Embiid ha infranto la maledizione dei Celtics: per ritrovare un passaggio del turno di Philadelphia contro Boston bisognava infatti tornare al 1982, con sei eliminazioni consecutive.

Sassolini dalle scarpe

Il prossimo ostacolo, tutt’altro che semplice, saranno i New York Knicks. Embiid, che ha grandi progetti, prima di guardare al futuro si è tolto un sassolino dalla scarpa attaccando apertamente Payton Pritchard: «Il fatto che il loro numero 11 avesse detto che non gli importava se giocassi o meno, e che non avessero preparato un piano specifico per me, ha aiutato molto. Mi sento bene, benissimo: vincere è bello, abbiamo obiettivi più grandi, ma battere finalmente Boston è davvero una grande soddisfazione».

Per tanti anni, il volto di Embiid è rimasto quello, con gli occhi sgranati nell’angolo del campo, che assisteva alla traiettoria beffarda del game-winning shot di Kawhi Leonard in una leggendaria Gara 7 persa contro i Toronto Raptors, futuri campioni Nba. Adesso, invece, si è ripreso un pezzo di sé.

© Riproduzione riservata