Quella del 15 febbraio del 2018 fu ben più di una semplice scaramuccia verbale. Quando infatti Laura Ingraham, conduttrice di Fox News, attaccò LeBron James dopo le sue critiche pubbliche all'allora presidente degli Usa Donald Trump a proposito di politica e razzismo negli Stati Uniti, con la famigerata espressione «Shut up and dribble» (stai zitto e palleggia), si innescò una presa di coscienza di enorme portata sul ruolo degli atleti nel dibattito politico e sociale, allontanandosi sempre più dal mantra mainstream della separazione fra sport e politica, fino a quel momento messo in dubbio con una grande esposizione solo da pochi atleti, tanto più se star consolidate e per le quali poteva essere quindi meno “conveniente” prendere posizione (con eccezioni tanto rare quanto preziose, come quelle di stelle Nba come Robertson, Russell e Jabbar).

Da allora le reazioni rispetto a episodi “divisivi” da parte delle diverse leghe sportive, a partire da quelle statunitensi, in un paese dove lo star system e l'influenza degli sportivi nell'immaginario collettivo è presente come in nessun'altra nazione, sono diventate sempre maggiori, passando dalla sottaciuta richiesta di non parlare a quella di utilizzare la propria voce, non più silenziabile, e accettando gli atleti (e la cassa di risonanza dati alle opinioni da loro espresse) come parte attiva della democrazia.

Di certo non resta comunque facilissimo farsi sentire: tuttavia, dopo l'omicidio di Alex Pretti, il mondo della pallacanestro statunitense non è riuscito a rimanere in silenzio.

La posizione dei T'wolves

Partendo proprio dalla franchigia con base in quella Minneapolis teatro degli scontri delle ultime settimane, i Minnesota Timberwolves: il match previsto contro gli Warriors nella notte fra 25 e 26 gennaio è stato riprogrammato e giocato il giorno dopo, con un minuto di silenzio osservato per Pretti prima dell'inno nazionale, proprio come fatto per Renee Good prima della partita dell'8 gennaio, il giorno dopo la sua uccisione a colpi d'arma da fuoco da un agente dell'Ice.

Con la partita a tenersi in un clima surreale, con tanti tifosi a brandire i cartelli «Ice out now» ei giocatori di Minnesota visibilmente scossi, come attestato dal risultato finale e dichiarato tanto dal loro coach che dagli avversari, con coach Kerr, da sempre uno di quelli ad aver parlato maggiormente di questo tipo di domande, in prima linea: «Onestamente, quello che ho percepito è che il loro gruppo stava soffrendo e ho pensato che l'atmosfera sugli spalti fosse una delle partite più bizzarre e tristi a cui abbia mai assistito. Si percepiva un'aria cupa. La loro squadra, si capiva, stava faticando nel lottare contro tutto quello che la città aveva passato».

La Nbpa, il sindacato dei giocatori, si è fatta sentire subito, reagendo combattendo ai fatti di Minneapolis, con un comunicato accompagnato sui social dal copy: «C'è un tempo in cui il silenzio equivale a un tradimento», citazione di Martin Luther King, nel quale si parla di solidarietà e di difesa della libertà di espressione.

Metterci la faccia

Espressione che non è mancata, con parole forti sui social da parte degli All-Star, Tyrese Haliburton o Karl-Anthony Towns (ex stella dei Timberwolves), così come con il gesto di Breanna Stewart, una delle migliori giocatrici della Wnba che prima di scendere in campo nella Unrivaled (lega di basket femminile 3x3) davanti alle telecamere ha mostrato il cartello «Abolish Ice», ricevendo il sostegno di diverse altre colleghe. E arrivando alle dichiarazioni di fortissima dimostrazione del fenomeno francese Victor Wembanyama, uno che al suo terzo anno nella Lega è già uno dei migliori 10 giocatori a stare larghi, destinato a essere (infortuni permettendo) il giocatore più simbolico di tutta la Nba per la prossima decina di anni: «Gli addetti alle Pubbliche Relazioni ci hanno provato, ma non ho intenzione di sedermi qui a dare una risposta politicamente corretta. Ogni giorno vedo le notizie e resto inorridito. Penso sia assurdo che alcune persone possano far sembrare che sia accettabile, come se l'omicidio di civili fosse accettabile. Leggo le notizie ea volte mi pongo domande molto profonde sulla mia vita. Sono consapevole che dire tutto ciò che ho in mente avrebbe un costo troppo alto per me in questo momento; quindi preferisco non entrare troppo nei dettagli. È terribile. Quindi di essere straniero, ma vivo in questo paese e sono preoccupato».

Mettendoci la faccia, riconoscibilissima, in un modo simile a quello di LeBron a suo tempo, conscio del proprio elevato peso specifico così come è elevata la responsabilità di schierarsi nettamente su questo tipo di domande.

E pensare che, proprio nella notte fra 20 e 21 gennaio, lo stesso James era sceso in campo con la nuova linea di sneakers personalizzate, con il motto «Shut up and dribble», accompagnato però da un altro, che ora risuona ancora di più: «Still talk», parlo ancora.

© Riproduzione riservata