Il Superman norvegese vuole disconnettersi: «Sono così stanco che non mi sento più me stesso. Sento di aver bisogno di tempo per digerire tutto quello che è successo». Dietro ai suoi trionfi c’è tutta la famiglia: il nonno lo allena, la mamma ha il controllo di quasi tutta la sua vita, il padre lo fa mangiare. E per la prima volta alle Olimpiadi c’è stato spazio anche per il divertimento
Milano-Cortina è molto più di una gara. Nella rubrica “Oltre il traguardo” ogni giorno troverete un racconto che nasce dai Giochi: una vittoria, una caduta, un’attesa, un gesto rimasto ai margini. Storie di atleti e persone, di sogni e sacrifici, perché l’Olimpiade non finisce al traguardo: continua nelle vite che attraversa. Qui tutte le puntate. “Oltre il traguardo” è accompagnata ogni giorno da un’altra rubrica, “Cronache dal ghiaccio”, un focus su risultati, medaglie, sorprese, record e protagonisti di ogni giornata.
Ecco il peso del successo. «Sono così stanco che non mi sento più me stesso. Mi sento così vuoto. Sento di aver bisogno di tempo per digerire tutto quello che è successo». Adesso vuole disconnettersi. Dopo sei medaglie d’oro, che vuoi di più? Nemmeno Johannes Høsflot Klæbo è Big Jim. Notizia: pure lui è umano, meglio rassegnarsi. Ma per capirlo, gli ci sono voluti sei successi in altrettante gare a Milano-Cortina, per un totale di undici medaglie olimpiche in carriera.
Record totale. Icaro voleva toccare il sole e precipitò. Klaebo ha sentito il fuoco nella neve, e ora non ne può più di mettersi gli sci ai piedi. L’ultima medaglia se l’è presa nella 50 km, la prova che di solito gli sprinter li spezza. Lui l’ha risolta come ha risolto tutto il resto: lasciando andare gli altri, tenendo il fiato nei polmoni, e cambiando marcia sull’ultima salita.
La sfida è con se stesso. Un fuoriclasse. Klæbo, 29 anni, è l’uomo che viene dal freddo e dalla disciplina. Nato a Oslo, cresciuto a Trondheim, a 500 chilometri da lì, è uno che ha imparato presto che la neve non perdona: a due anni aveva già gli sci ai piedi, da teenager era già in Coppa del Mondo. Da sprinter puro è diventato una macchina completa: sempre quel sorriso leggero, accennato appena.
I segreti rimangono in famiglia
La sua forza non sta solo nei polmoni, ma nel modo in cui consuma energie: scia coperto, si mette dove serve. Quando il gruppo si agita lui alza le spalle: vince sempre lui. È la faccia da sprinter con il motore da fondista. E il segreto resta in famiglia. «Il nonno è il capo. Ha 83 anni e tiene ancora botta. Parliamo ogni giorno», ha raccontato. Il nonno Kåre Høsflot è stato (e continua a essere) anche il suo allenatore: presenza costante, occhi su tutto, poche parole.
Fu lui a indirizzarlo al fondo: «Mi piaceva molto giocare a calcio e a quel punto dovevo scegliere se dedicarmi allo sci di fondo o al calcio. Ne abbiamo parlato a lungo e credo che entrambi fossimo d’accordo sul fatto che mi piaceva l’idea che, se qualcosa fosse andato storto, avrei potuto dare la colpa a me stesso». Per Johannes era stata una decisione difficile. «Ma lui mi ha sostenuto molto. Non sarebbe stato il mio allenatore se avessi scelto il calcio, ma ha cercato davvero di aiutarmi a capire cosa fosse meglio per me».
Poi c’è la madre, Elisabeth, la vera direttrice d’orchestra del team: «Il ruolo di mamma è il più importante di tutti. Ha il controllo della mia economia. Ha il controllo di quasi tutto».
E il padre, Haakon, che è il carburante: lo segue da anni tra ritiri e gare, e parla di alimentazione come si parla di un motore, senza moralismi. «Johannes non è cucina da Michelin. Molto spesso si tratta di preparare le cose da zero: lui mangia molto pulito. Conta avere materie prime buone».
Un perfezionista totale
È per questo che può vincere la 10 km e il giorno dopo lo skiathlon, dominare lo sprint e poi presentarsi in staffetta come se fosse la cosa più naturale del mondo. E nella cinquanta, che di solito richiede pazienza e tenacia, Klæbo si comporta allo stesso modo: scegliendo il momento giusto e prendendosi il rettilineo finale.
Non ama il superfluo. Limava i dettagli già da ragazzo: ore sul gesto, attenzione maniacale alle scelte dei materiali, alla posizione in salita, a come si entra in curva nello sprint. Un perfezionista. Per forza: altrimenti sei medaglie non le vinci.
Lo hanno paragonato a Bolt e a Phelps. A chi somigli di più? Klaebo ha alzato le spalle: «La mia testa è fissa solo sulla prossima sfida. Da otto mesi vivo in una bolla e giorno per giorno, non ho alternative: mi mancano le risorse mentali per occuparmi di paragoni con persone a me ignote, o di record ancora da stabilire. Pensare alla carriera è il passatempo di chi l’ha già conclusa».
Se non altro, ha detto, «per la prima volta ai Giochi mi sto perfino divertendo».
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